Cina

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La Cina è uno dei Paesi più estesi al mondo, culla di una civiltà millenaria, oggetto di curiosità e meta, sin dall’antichità, di viaggiatori che dall’Occidente si spingevano sin laggiù, non sempre e non solo per interessi strettamente culturali, ma anche economici e commerciali.

All’interno dei suoi confini c’è un vero e proprio universo, con svariati ecosistemi ed ambienti, con grandi città, deserti, foreste e montagne impervie.

Appare, quindi, evidente che un viaggio in Cina deve per forza mettere in conto di non poter contemplare la totalità delle sfaccettature di quel Paese: se si rimane ad aspettare la grande occasione di girare la Cina in lungo ed in largo per scoprirne tutte le meraviglie in un’unica soluzione, si corre il rischio di rimanere a casa e di non vedere nulla…

Il mio consiglio è: cogliete l’attimo e partite! Non importa se vedrete poco o tanto delle mille attrazioni di cui questa terra lontana è ricca; in ogni caso sarà un viaggio indimenticabile il cui ricordo rimarrà per sempre scolpito nella vostra mente. E se sarete fortunati, ci sarà magari ancora un’altra occasione per rifare le valigie e ritornare nel paese del Drago, laddove in virtù delle sconfinate e variegate bellezze che lo caratterizzano, ogni viaggio sarà sempre e comunque “una prima volta”.

Tuttavia, bisogna riconoscere che pianificare un viaggio indipendente in Cina non è semplicissimo. La difficoltà non dipende soltanto dalla vastità dei suoi territori, dalle inevitabili differenze climatiche (di cui bisogna sempre tener conto), dai problemi legati alla lingua ed ai suoi incomprensibili ideogrammi, ma anche e soprattutto dalla cortina di riservatezza che ancora oggi circonda questo straordinario Paese.

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La Cina rimane forse l’unica, tra le grandi civiltà del passato, a conservare intatto il suo impenetrabile mistero, rappresenta l’ultima frontiera da abbattere nell’universo mondo di una globalizzazione da cui risulta appena scalfita.

Basti pensare, a titolo meramente esemplificativo, che a tutt’oggi alcuni fra i motori di ricerca, i social forum ed i sistemi di messaggistica più diffusi al mondo (quali Google, Facebook, You Tube e Whatsapp, tanto per citare i più noti…) sono messi al bando dal governo cinese e resi inoperabili all’interno dei confini nazionali, per via di una ferrea censura assai poco proclive ad aprirsi alle “novità” che arrivano dall’Occidente.

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Per quanto mi riguarda, la decisione di andare in Cina non è stata molto ragionata, ma è nata quasi per caso, a seguito di una banale discussione con un mio conoscente che di mestiere fa l’agente di viaggio. Costui, a torto o a ragione, sosteneva (probabilmente tirando acqua al suo mulino) l’impossibilità di potersela cavare da soli in un Paese così complesso ed indecifrabile come questo.

Può sembrare strano, ma l’idea di intraprendere un viaggio indipendente in direzione di Pechino e dintorni ha cominciato a farsi strada nella mia mente, proprio subito dopo quella conversazione!

Torno a casa e mi tuffo su Internet, cominciando a raccogliere le preliminari informazioni di base.

Il primo ostacolo che emerge immediatamente è rappresentato dalla concessione del visto di ingresso che la autorità cinesi rilasciano solo dopo una procedura complessa, farraginosa e, soprattutto, costosa. Girovagando da un sito all’altro, scopro che esiste una convenzione (non molto pubblicizzata) tra la Cina ed alcuni Paesi (fra i quali l’Italia), in virtù della quale è possibile entrare e soggiornare in Cina (per non più di 144 ore) sprovvisti di visto, purchè si dichiari di essere passeggeri in transito verso un’ulteriore destinazione internazionale, che non appartenga alla stessa area geografica da cui si parte. Condizione necessaria per ottenere il “free-pass”: essere già in possesso, al momento dell’arrivo in Cina, del biglietto aereo verso il paese terzo.

Mi dico: in fondo sei giorni possono essere sufficienti per esplorare la regione di Pechino e la mitica Grande Muraglia. Mi metto, quindi, alla ricerca di possibili ulteriori mete da raggiungere ed il responso è decisamente stimolante. La compagnia di bandiera cinese Air China offre praticamente allo stesso prezzo il volo A/R Milano-Pechino oppure il volo multiscalo Milano-Pechino-Tokyo-Milano: in buona sostanza, cogliendo “al volo” l’occasione, si ha la possibilità di andare in Giappone gratis, risparmiando pure i soldi del visto cinese che, con questa particolare combinazione di viaggio, non risulta essere più necessario.

Presto fatto! Neppure il tempo di rifletterci e con poco più di cinquecento euro mi ritrovo in mano i biglietti per l’Oriente.

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Per chi fosse interessato ad ottenere il “permesso di transito”, consiglio di collegarsi al sito ufficiale del Governo Cinese, anche perché da quelle parti leggi e regolamenti possono variare persino da un giorno all’altro senza preavviso, pertanto… la prudenza s’impone.

Per quanto riguarda la scelta dell’alloggio a Pechino, scarto subito i mega alberghi a quattro o cinque stelle: il più delle volte si tratta di grattacieli in stile occidentale ubicati in anonimi stradoni periferici, dove si respira poco o nulla della più autentica tradizione cinese.

La migliore soluzione percorribile mi sembra quella di alloggiare all’interno di uno dei non moltissimi “hutong” ancora esistenti, quartieri tradizionali sopravvissuti alla ferocia delle ruspe che stanno gradualmente ma inesorabilmente trasformando il volto della capitale cinese, sventrando il cuore della città ed immolando la storia e la cultura alle esigenze del modernismo e dell’incipiente globalizzazione.

All’interno di questi “hutong”, tra gli antichi vicoli della vecchia Pechino, immersi tra lanterne rosse, mercatini improvvisati e street-food, è possibile affittare una camera ad una cifra davvero irrisoria, almeno per le tasche di noi occidentali. Unico problema: la comunicazione! La maggior parte di queste strutture non ha un sito web e quandanche il sito sia presente, non c’è mai la versione in inglese, ma soltanto quella in cinese.

Non mi arrendo ed alla fine la mia perseveranza viene premiata: affidandomi ad alcune recensioni trovate per caso su un portale di viaggi, individuo una deliziosa struttura che fa proprio al caso mio: “Hotel 161 Lama Temple Courtyard”.

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La piccola dimora si trova all’interno di un autentico “hutong” in pieno centro, a soli cinque minuti a piedi dal Tempio di Lama e dal Tempio di Confucio ed a brevissima distanza da una comoda stazione di metropolitana.

Il loro sito web (versione inglese) è molto chiaro e dettagliato e la procedura di prenotazione è estremamente semplice e veloce. Li contatto via mail e concordo per pochi spiccioli anche il transfer in arrivo all’Aeroporto Internazionale di Pechino. Una volta giunto sul posto, dopo aver accumulato oltre tre ore di ritardo sull’orario previsto (a causa delle estenuanti lungaggini burocratiche al controllo di Polizia), una ragazza dell’albergo mi chiama al telefono per sincerarsi che tutto vada bene, rassicurandomi che il mio autista pazienterà ad attendermi ad oltranza, senza alcun problema di sorta. Non so spiegare bene il perchè, ma quella telefonata dai toni così cortesi mi ha fatto molto piacere, mi ha reso l’idea che c’era qualcuno che effettivamente mi stava aspettando e mi ha fatto sentire un po’ meno solo, nonostante, in quel preciso momento, mi trovassi perso nel caos di uno dei più disorganizzati aeroporti del mondo, a circa diecimila chilometri di distanza da casa.

Arrivato finalmente in albergo, l’accoglienza è fantastica, il personale giovane e gentilissimo si fa in quattro per mettermi subito a mio agio, parlano tutti un inglese quasi perfetto (il che non è assolutamente scontato in una città come Pechino…).

Il vicolo nel quale è ubicato l’albergo è davvero delizioso; mi sembra quasi d’aver fatto un viaggio all’indietro nel tempo. Non ci sono turisti, ma solo persone del luogo, intente nelle loro attività quotidiane.

Qualcuno appare persino incuriosito dalla mia presenza. Ad un certo punto una signora di mezza età mi si avvicina, tira fuori lo smartphone e manifesta a gesti l’intenzione di voler fare un selfie insieme a me. La cosa mi sorprende e mi diverte. Ho girato in lungo e largo ma non mi era mai capitato in nessun altro luogo al mondo che fossi fatto oggetto di tali attenzioni.

Nei giorni seguenti scoprirò che Pechino, nonostante sia una delle più grandi megalopoli al mondo, conserva ancora un suo carattere provinciale e, in specie nei quartieri meno turistici, la gente non è ancora abituata alla presenza degli occidentali, ai loro occhi rappresentiamo l’espressione di un mondo lontano e sconosciuto: per questo motivo, la caccia alla foto con il turista venuto da quel mondo a loro ignoto, costituisce un piccolo trofeo da mostrare con orgoglio ad amici e parenti.

Prendo contatto con la città, visito alcuni importanti templi buddisti che si trovano ad un tiro di schioppo dal mio “hutong” e, con un po’ di coraggio, guadagno timidamente l’ingresso della vicina stazione metropolitana per raggiungere il famoso Tempio del cielo, dall’altro lato della città.

Mi avevano parlato della metro di Pechino come di un’inestricabile ragnatela nella quale era alto il rischio di rimanere avviluppati, un luogo infernale in cui il caos regnava sovrano: nulla di più falso e pregiudiziale!

La rete di trasporto ferroviario leggero suburbana è nuova, chiara, efficiente ed economica. Le stazioni sono indicate anche in inglese, le biglietterie automatiche sono di facile comprensione, il costo è subordinato alla lunghezza della tratta da percorrere ma, in linea generale oscilla dai trenta ai quaranta centesimi di euro per ogni singola corsa. Penso alla metropolitana della mia città e mi viene quasi da piangere..

Il Tempio del cielo si trova immerso in uno splendido parco cittadino dove vi sarà facile scorgere arzilli vecchietti del luogo intenti alle più disparate attività: c’è chi fa jogging, chi intona canti di gruppo, chi balla e chi ancora, preferisce invece sedersi in disparte all’ombra di un pergolato e rilassarsi con l’amico di turno al piacere di una partitella a carte o a dama cinese.

Dopo circa un chilometro di cammino lungo questo suggestivo parco, che sembra quasi un teatro all’aperto in cui recita a soggetto un variegato campionario umano fatto di uomini e donne che sono i veri protagonisti della scena senza neppure sapere di esserlo, giungo infine al Tempio.

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Si staglia dinanzi a me maestoso, mi colpisce la sua originale forma circolare ed il blu profondo delle sue decorazioni perfettamente in tono con l’azzurro pallido del cielo che, al termine di questa mia prima intensa giornata pechinese, per un attimo sembra rischiararsi e tendere verso il bianco candido (sarà per via dell’inquinamento), prima che il sole, abbassandosi sulla linea dell’orizzonte, proietti la sua luce rossastra sulle ombre lunghe della sera.

C’è solo il tempo per chiudere la giornata in uno dei tanti ristoranti che si affacciano sulla “via dei fantasmi” (a poche centinaia di metri dal vicolo dove si trova il mio alloggio) e gustare la famigerata “anatra laccata”, specialità pechinese che, ad onor del vero, non mi ha fatto impazzire… mi ha ricordato il pollo fritto dei distributori automatici di Amsterdam!

Il mattino seguente mi attende un’altra intensa giornata di viaggio con destinazione la Grande Muraglia. A questo proposito occorre evidenziare che vi sono varie sezioni della Muraglia visitabili con escursioni giornaliere da Pechino. La scelta dipende dalle preferenze individuali. Alcune sezioni risultano particolarmente impervie e scoscese, altre facili da raggiungere e da percorrere ma, forse proprio per questo motivo, clamorosamente affollate e, quindi, non particolarmente godibili.

La sezione di Mutianyu, a circa due ore di strada dal centro città, rappresenta forse il giusto compromesso. I tour organizzati, in genere, partono intorno alle nove del mattino e scaricano le orde di turisti (prevalentemente cinesi) intorno alle undici: partendo a quell’ora, il rischio è quello di vedere una squallida muraglia di cinesi anziché la Grande Muraglia cinese!

Io ho preferito concordare un transfer individuale con una guida locale che avevo preventivamente contattato dall’Italia. Ho stabilito l’orario di partenza alle sette del mattino e questo mi ha permesso di avere due ore di vantaggio sui grupponi turistici. Il piccolo sacrificio è stato ripagato da uno spettacolo di rara bellezza che si è presentato ai miei occhi e di cui ho potuto godere (quasi) in solitudine.

Preferisco far parlare le immagini, piuttosto che dilungarmi con le parole, che forse non potrebbero essere esaustive per descrivere la grande emozione che ho provato camminando per qualche chilometro lungo il sentiero di una delle più grandi meraviglie del nostro Pianeta…

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Lena, la ragazza che mi ha fatto da guida durante il percorso, si è rivelata davvero in gamba, estremamente flessibile a tutte le mie richieste e, con il suo personalissimo inglese (comunque efficace al punto giusto), è stata assai prodiga di spiegazioni e consigli di ogni tipo. Per chi fosse interessato, vi rimando al link (clicca qui) relativo all’operatore turistico di cui mi sono avvalso e che opera nel territorio dedicandosi con impegno alla realizzazione di itinerari personalizzati per viaggiatori individuali. Non vi troverete mescolati insieme ad altri turisti, né intrappolati all’interno di inutili negozi di chincaglierie: garantito!

A titolo informativo, giova ricordare che in alternativa all’arrampicata integrale, si può optare per una comodissima seggiovia che consente di salire rapidamente senza alcuna fatica sino alla torre numero 14 e da lì ci si può inerpicare a piedi sin sulla torre numero 18, lungo uno dei tratti più panoramici dell’intero percorso.

Dopo la visita alla Muraglia c’è il tempo per una piacevole sosta in un piccolo ristorante tipico (di cui non ricordo il nome) dove, su indicazione della mia efficiente ed impeccabile guida, mi abbandono ai piaceri del gusto, ordinando alcuni dei piatti tipici della semplice cucina cinese di tutti i giorni. Mi alzo dalla tavola ben più soddisfatto della sera precedente, con buona pace dei sostenitori dell’anatra laccata…

Nel pomeriggio chiedo di essere accompagnato in visita al Palazzo d’Estate, che è considerato il giardino imperiale meglio conservato al mondo ed anche il più grande, nel suo genere, ancora esistente nella Cina moderna.

Fu residenza estiva degli imperatori cinesi della dinastia dei Ming e non è difficile capire perché durante le caldi estati di Pechino, la famiglia imperiale preferisse i bei giardini ed i padiglioni all’aperto del Palazzo d’Estate, rispetto alle mura della Città Proibita.

Il palazzo, insieme ai suoi giardini, è stato dichiarato dall’UNESCO Patrmonio Mondiale dell’Umanità anche perché il paesaggio naturale fatto di colline e specchi d’acqua si combina mirabilmente con costruzioni artificiali quali padiglioni, templi, sale e palazzi, formando un insieme armonioso di eccezionale valore estetico.

Ancora una volta lascio parlare le immagini…

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E passato veloce ancora un altro giorno ed il viaggio prosegue, questa volta alla conquista di quella che, probabilmente subito dopo la Grande Muraglia, rappresenta la più visitata tra le attrazioni turistiche della Cina: la Città Proibita.

Occorre fare subito una precisazione a giovamento di coloro che avessero intenzione di partire alla volta di Pechino e visitare da soli questa stupefacente meraviglia: l’impresa è a dir poco ardua poiché, quotidianamente, vengono staccati non più di ottantamila biglietti; potrebbero sembrare tanti ma, in effetti, non lo sono affatto, vista la richiesta esorbitante che proviene soprattutto dagli stessi turisti cinesi.

In teoria esiste la possibilità di acquistare i biglietti on line con diritto di prelazione, ma in pratica il sito che mette in vendita i biglietti è solo in cinese e richiede il pagamento esclusivamente mediante carte di credito asiatiche. Pertanto, se non si vuol correre il rischio di arrivare fin laggiù senza avere la possibilità di accedere alla Città Proibita, non rimane che affidarsi ad un’agenzia locale che, in cambio di una piccola provvigione, acquisterà i biglietti in anticipo per voi, assicurandovi non solo l’ingresso ma anche il “salto” della chilometrica ed indisciplinata coda.

Io ho scelto la via più facile e, ancora una volta, mi viene in soccorso la mia preziosa guida che si fa carico di procedere all’acquisto e si presenta puntualmente di buon mattino nel mio albergo, biglietti alla mano, dando l’avvio a quella che si rivelerà un’altra memorabile giornata.

Per i pochi che non lo sapessero, la Città Proibita è il più grande Palazzo Imperiale del mondo, fu dimora per circa cinquecento anni della dinastia dei Ming e dei Qing, nonché centro cerimoniale e politico del governo cinese. Nel 1987 l’intera cittadella è stata nominata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO ed è stata riconosciuta come uno dei cinque più importanti palazzi al mondo (gli altri quattro sono il Palazzo di Versailles in Francia, Buckingham Palace nel Regno Unito, la Casa Bianca negli Stati Uniti e il Cremlino in Russia).

L’intera struttura copre un’area di 72 ettari e ha una superficie totale di circa 150mila metri quadrati. È costituita da oltre 90 tra palazzi e cortili, 980 edifici e 8.728 stanze. Il colore dominante delle varie costruzioni all’interno della città è il rosso poichè, secondo la tradizione cinese, tale colore assurge a simbolo di felicità e buona sorte. Il percorso della visita è obbligato, dalla porta sud a quella nord (e non viceversa) e si snoda attraverso una serie di scenari incredibili che mi hanno lasciato letteralmente a bocca aperta. Che altro aggiungere? Credo non rimanga altro da fare che guardare le immagini…

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Al termine della visita, che richiederà certamente diverse ore, consiglio di entrare nell’adiacente Parco di Jingshan e da lì, salendo una scalinata di qualche centinaio di gradini, si arriverà all’apice di una collina da cui si gode un’impareggiabile vista della Città proibita dall’alto con lo sfondo dell’area urbana di Pechino. Lo sforzo della salita vale sicuramente la pena!

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L’ultimo giorno della mia permanenza nella capitale cinese il sole splende alto in un cielo terso ed azzurro come non mai. La data è di quelle fatidiche: primo Maggio, festa dei lavoratori… e da quelle parti, in un Paese che rivendica con orgoglio le proprie radici comuniste, la festa che inneggia al lavoratore è davvero sentita in modo speciale. Mi regalo l’ultimo bagno di folla catapultandomi nel cuore pulsante di Pechino: Piazza Tienan’men.

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La Piazza è un brulichìo di persone in festa, dappertutto sventolano bandiere rosse ed i fiori che adornano le aiuole tutt’intorno, fanno da cornice ad una scenografia incantevole.

L’atmosfera è da brividi, la gente per strada sorride eccitata e chissà perché, in barba alle censure, ai divieti, alle immancabili telecamere che scrutano e controllano tutto e tutti dall’alto, mi viene da pensare che forse quella gente, nella loro semplicità, sia più felice di quanto noi possiamo immaginare…

Viaggiare, in fondo, è anche un modo di conoscere meglio i popoli, osservandoli da vicino nel loro ambiente naturale. Ed osservando da vicino i cinesi mi son fatto l’idea che questo sia un popolo forse un po’ naif, candidamente istintivo ma, fondamentalmente sereno e motivato.

Almeno in apparenza sembrano tutti allegramente incuranti delle più elementari regole civili, il traffico automobilistico è da incubo metropolitano, gli attraversamenti pedonali  vengono sistematicamente ignorati, il rispetto del turno, la capacità di rimanere disciplinati in coda è solo una mera ipotesi e non sorprendetevi neppure se, camminando per strada, vi arriverà all’improvviso sui piedi, senza colpo ferire, lo sputo di un passante: ho visto uomini e donne esercitare “l’arte” dello sputo con una naturalezza che, ovviamente, dalle nostre parti risulta incomprensibilmente sconcertante…

L’altra faccia della medaglia, però, è che questo è anche un popolo laborioso ed industrioso, affidabile, umile e disponibile ma, allo stesso tempo, orgoglioso delle proprie radici e consapevole della propria cultura, un popolo che ha capito che l’unica possibilità di riscatto può arrivare solo attraverso il duro lavoro e l’impegno, senza scorciatoie. Non a caso le Università cinesi sfornano ogni anno i migliori studenti al mondo nei confronti dei quali, noi Occidentali non riusciamo più a reggere il passo.

Guardandomi intorno, ho avuto la netta sensazione che oggi in Cina l’uomo della strada badi all’essenziale, puntando dritto al sodo, al soddisfacimento dei bisogni concreti e contingenti mentre, di contro, appare distaccato dalla politica, non sembra crucciarsi più di tanto per il fatto di vivere sotto un regime che il resto del mondo definisce dittatoriale, un regime strettamente controllato dal Partito Comunista che utilizza la censura preventiva come routine, specialmente su Internet.

Dei massacri consumati dall’esercito, nel giugno di trent’anni fa, a seguito della rivolta studentesca che ebbe come teatro proprio quella stessa Piazza Tienan’men, che adesso appare dinanzi ai miei occhi imbandierata a festa, non ne sono rimasti neppure gli echi lontani.

Così come nell’oblìo, nel dimenticatoio, sembra essere caduto il “rivoltoso sconosciuto”, quell’eroico ragazzo che da solo, con la sua pacifica resistenza passiva, riuscì a fermare i carri armati a due passi dalla Città Proibita. 

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Persino i giovani, che almeno in teoria dovrebbero essere più sensibili ai divieti ed alle censure, fingono di ignorare che nel loro Paese, da questo punto di vista, ci sia un problema. Ho sfiorato con delicatezza l’argomento con alcuni di loro, ma le risposte alle mie domande sono sempre state evasive.

Ho chiesto loro che senso abbia l’accesso vietato su “Whatsapp” (la nota piattaforma di messaggistica del gruppo Facebook, diffusa nel resto del mondo) e loro, con un indecifrabile sorriso di circostanza mi hanno risposto di non farne un dramma: si accontentano di “WeChat”, una specie di surrogato “made in China”.

Ho chiesto lumi sul perché parole come “libertà” e “democrazia” siano state letteralmente cancellate da tutte le loro enciclopedie online; per tutta risposta, sempre sorridendo, mi hanno fatto notare che la libertà di cui spesso parliamo noi Occidentali, scorporata dall’idea di “lavoro” e di “giustizia sociale” è solo un concetto astratto, una bella parola priva di contenuti reali.

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Non ho ben capito se dicono sempre quello che pensano, o se dicono ciò che dicono solo per farci credere che lo pensino realmente. Di certo, vivere all’interno di un sistema totalitario, così rigidamente selettivo e meritocratico, li ha resi particolarmente motivati e competitivi ma, a mio modesto modo di vedere, li ha anche esposti al pericolo dell’individualismo, li ha resi ideologicamente sempre meno ortodossi.

Per farla breve, limiti, restrizioni e controlli non mi pare abbiano minimamente scalfito il loro impegno quotidiano, la loro voglia di arrivare in alto e neppure il loro buonumore di fondo. Tuttavia, ho come l’impressione che l’idea secondo la quale la felicità debba provenire dal servire il loro Paese stia gradualmente lasciando il posto a quella secondo cui la felicità scaturisca dal soddisfacimento dei propri bisogni e dalla realizzazione delle proprie aspettative.

Non voglio entrare in analisi sociologiche o politiche: non mi interessa farlo e non ritengo neanche di avere le competenze specifiche per addentrarmi su questo terreno.

Tuttavia, avendo viaggiato molto, posso dire d’essermi talvolta imbattuto (per fortuna raramente), in popoli quasi rassegnati all’ineluttabilità del loro triste destino e quindi, consequenzialmente, pigri ed indolenti, se non, addirittura, rancorosi. Mi sembra onesto sottolineare, a beneficio di chi giudica sempre da lontano avvalendosi di falsi stereotipi e luoghi comuni, che i nuovi figli della Cina non mi hanno dato affatto questa impressione…

Sono partito per la Cina con un pizzico di supponenza e molti dubbi; sono tornato con una grande certezza: questo è un Paese dove non vivrei (perché io ho un concetto di libertà diverso dal loro) ma, sicuramente, è un Paese affascinante e suggestivo di cui serberò per sempre un grande ricordo!

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5 pensieri riguardo “Cina

  1. Da come scrivi, dai consigli a ciò che visiti, sembra tutto molto semplice…

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    1. Beh, diciamo che forse è meno complicato di come in apparenza potrebbe sembrare…
      Ti sembrerà strano, ma a volte le complicazioni più assurde le ho sperimentate proprio nel nostro Paese (in specie nella mia città) e non, invece, lontano da casa… anche a diecimila chilometri di distanza 🙂

      Piace a 1 persona

      1. Io sono stata in Germania e in Portogallo ed ho respirato realmente un’aria diversa, sotto tutti i punti di vista. 😊

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  2. Fantastico, tutto quanto!

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    1. Grazie per il commento Lucy, e grazie anche per il tuo entusiasmo che mi gratifica davvero tanto!

      Piace a 1 persona

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