Tunisia

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Per noi Italiani un viaggio in Tunisia, generalmente,  comincia a bordo di un aereo. Per me è andata diversamente: il mio viaggio verso il paese nordafricano cominciò, infatti, tanti anni fa, a bordo di un traghetto che a quel tempo faceva settimanalmente la spola tra la Sicilia e Tunisi.

Eravamo ancora studenti universitari, tre ragazzi ed una ragazza, ed una sera, al termine di una conversazione nata un po’ per caso su quale potesse essere la meta ideale dove trascorrere le imminenti vacanze estive, decidemmo quasi su due piedi, senza la benché minima pianificazione, di puntare proprio sulla Tunisia. Di li a poco ci imbarcammo, con auto al seguito, su una nave che salpava da Trapani, con destinazione Tunisi.

A bordo di quella nave non c’era neppure l’ombra di turisti in vacanza: i passeggeri erano quasi esclusivamente cittadini tunisini che lavoravano in Italia e che facevano ritorno a casa.

All’arrivo al porto di Tunisi, durante le operazioni di sbarco delle auto e le inevitabili attese per il controllo dei passaporti, fummo avvicinati da una moltitudine di persone che, in un modo o nell’altro, si proponevano per vendere qualcosa, per rendere qualche servigio non richiesto e, come ultima spiaggia, semplicemente per chiedere del denaro.

La cosa non ci stupì più di tanto poiché già allora ai semafori della mia città la situazione era più o meno analoga: l’unica differenza stava nel fatto che a Palermo, a spezzare l’inerzia dell’attesa al semaforo, non erano solo extracomunitari, ma anche diseredati locali che spesso, forti del “diritto di cittadinanza” si porgevano nei confronti degli automobilisti con maggiore veemenza rispetto ai “colleghi” maghrebini.

Pagammo subito dazio ad un siciliano trapiantato a Tunisi che, fingendosi tunisino, era riuscito con arguzia a spillare del denaro ad uno dei miei compagni di viaggio, dicendogli di ricoprire ufficialmente la qualifica di “facchino portuale”: in virtù di quella presunta qualifica, quell’uomo, dopo essersi volontariamente adoprato nel tirar fuori la valigia dell’amico dal vano posteriore dell’auto, pretese ed ottenne un lauto compenso per l’aiuto prestato, seppur non richiesto.

Inutile dire che l’episodio fu oggetto di scherno da parte di tutti noi nei confronti dell’ingenuo amico che si era “bevuto” la storiella del “facchino portuale”; ad ogni modo, pagato il dazio e liquidate tutte le restanti formalità doganali, la nostra avventura in terra africana, finalmente, ebbe inizio.

Puntammo subito in direzione Tunisi, per una visita veloce della capitale del Paese che ci diede l’impressione di una metropoli, sostanzialmente, in linea con altre grandi città del meridione d’Europa. Nei quartieri residenziali si imponevano i viali alberati,  i palazzi di recente costruzione, le banche, gli Uffici, le sedi delle grandi compagnie multinazionali, gli alberghi di lusso.

I vecchi quartieri apparivano quasi come semplici spazi pittoreschi, rimasti a memoria di un passato ormai lontano, tuttavia, ancora brulicanti di vita, punto d’incontro di caffè all’aperto, botteghe di artigiani, pasticcerie e piccoli ristoranti: Avenida Bourghiba, all’ombra dei filari di ficus, costituiva la cerniera tra i due volti differenti di una stessa città.

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Da Tunisi, non ci lasciammo scappare l’occasione di visitare l’area archeologica di Cartagine (che dista solo quindici chilometri dalla capitale) e Sidi Bou Said, un pittoresco villaggio a poca distanza dall’area archeologca, in cui i colori dominanti erano il bianco accecante delle case ed il blu di porte e finestre, il tutto contornato da gelsomini e bouganville dai colori vivaci, profumo di tè alla menta nell’aria e numerosi bazar.

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Esaurita rapidamente la visita di Tunisi e dintorni, partimmo il giorno seguente alla conquista del grande Sud: prima destinazione, il mare di Hammamet.

Lungo la strada, un incredibile imprevisto: una carcassa d’animale di grosse dimensioni (credo una mucca, ma non ho indagato oltre modo…), ostruiva il passaggio delle auto; alcuni uomini (non so bene se su base volontaria o preposti ad incarichi di tal genere) nel giro di pochi minuti liberarono la strada e la nostra marcia riprese con una consapevolezza nuova sulla realtà del luogo.

Hammamet non mi suscitò particolare entusiasmo: il paese era già allora a forte vocazione vacanziera, con villaggi turiatici uno di fianco all’altro che si estendevano sin sulla battigia della sconfinata spiaggia di sabbia dorata. In uno di questi villaggi trovammo alloggio per diversi giorni.

In spiaggia i tradizionali ombrelloni di paglia si susseguivano in numerose file parallele e, se non fosse stato per qualche cammello che bivaccava sulla sabbia (beandosi sotto i raggi del sole) o per i numerosi bimbi, dai tratti somatici evidentemente indigeni, che trascorrevano le loro giornate giocando e sollazzandosi nelle calde acque del mare, per il resto nulla mi apparve diverso rispetto ad una qualunque spiaggia della riviera romagnola. Insomma, per farla breve Hammamet non era quella “solitary beach” che mi ero immaginato…

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Da Hammamet il viaggio riprese in direzione Kairouan, per la visita di una delle più grandi Moschee del mondo Arabo. La città vecchia di Kairouan vanta una bellezza particolare e misteriosa con i suoi vicoli e le sue stradine che si collegano tra loro come in una sorta di labirinto, apparentemente senza uscita.  Subito dopo aver parcheggiato l’auto, un giovane del luogo ci propose di farci da guida in quel dedalo di strade, per accompagnarci sino alla Moschea. Lo seguimmo addentrandoci nella Kasbah ma ad un tratto, alla vista di un poliziotto che fortuitamente incrociò il nostro cammino, il giovane ci piantò in asso, scappando a gambe levate. Il poliziotto ci spiegò che quello non era una guida turistica, ma un piccolo delinquente che di “mestiere” rapinava i turisti, approfittando della loro buona fede. Quella volta l’avevamo scampata bella, anche con un pizzico di fortuna…

La tappa successiva del nostro viaggio, dopo un percorso di circa cento chilometri, ci portò sino a El Jem, una piccola città il cui anfiteatro romano, uno dei più grandi e meglio conservati al mondo, è annoverato fra i Beni Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

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Mi sarebbe piaciuto visitare l’arena anche al suo interno ma non mi fu possibile poiché il ruolino di marcia di quella giornata era particolarmente fitto; ci rimettemmo in auto e dopo un tragitto di diverse ore arrivammo, infine, a Tozeur, un’immensa oasi il cui palmeto è considerato uno dei più estesi al mondo.

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Quel luogo esotico e suggestivo, a poca distanza dal confine con l’Algeria, mi era già noto per via della celebre canzone di Franco Battiato che tante volte avevo ascoltato distrattamente ma che adesso si arricchiva, nella mia mente, di nuovi significati simbolici… nei villaggi di frontiera guardano passare  treni per Tozeur… e per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità…

Il giorno successivo il viaggio riprese di buon mattino e, dopo un breve percorso in auto attraverso una strada polverosa, iniziammo a scorgere, in lontananza, Chott el jerid, un lago salato situato in una depressione naturale tra Tozeur e Nefta.

Questo straordinario lago è ricoperto di cristalli salati che poggiano sopra un terreno sabbioso. Il colore che assume l’acqua ha dell’incredibile, il rosso vivo al sorgere del sole è un’esperienza da vivere, intensamente e silenziosamente, così come il deserto richiede.

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Nel pomeriggio di quello stesso giorno arrivammo a Matmata, un villaggio di origine berbera, noto per le caverne sotterranee abitate da popolazioni troglodite.

E finalmente, come ultima meta di un lungo viaggio che ci aveva portato in una terra geograficamente non distante dall’Italia ma, culturalmente, assai lontana, il giorno successivo giungemmo a Douz, che in molti considerano la porta d’accesso al deserto del Sahara.

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A Douz dormimmo nell’unico albergo (si fa per dire…) allora esistente: l’Hotel Saharien, un fatiscente tugurio dove, tra scarafaggi e insetti d’ogni tipo, trascorremmo una notte di quelle che non si dimenticano più. Per la cronaca, mi dicono che negli ultimi anni la zona ha vissuto una rapida espansione turistica ed oggi è quindi possibile alloggiare in modernissimi alberghi a cinque stelle. Ne viene meno la poesia, ovviamente, ma ci si guadagna in termini di rispetto delle più basilari norme poste a salvaguardia delle condizioni igieniche di sopravvivenza.

Uno dei momenti più suggestivi della tappa  a Douz fu quando, al tramonto, ci unimmo ad una carovana di turisti e, scortati da alcune guide di origine berbera, a dorso di cammelli percorremmo il deserto di sabbia per circa un’ora, giungendo, infine, all’oasi più vicina.

In seguito la vita mi avrebbe riservato diverse altre possibilità di calpestare la sabbia del deserto: dal deserto californiano a quello australiano, passando pure per le steppe desertiche dell’Anatolia. Tuttavia, quella fu la mia prima volta nel deserto e, come tale, quel ricordo rimarrà per sempre indelebile nella mia memoria di viaggiatore come una delle esperienze più emozionanti che abbia mai vissuto.

Girarmi intorno a trecentosessanta gradi e vedere intorno a me null’altro che sabbia, ascoltare null’altro se non il suono del silenzio, mi inebriò lo spirito e in quel preciso istante capii fino in fondo che, per tutti noi, il senso più autentico e profondo che si cela dietro all’esperienza del viaggio non è, semplicemente, spostarci da un luogo all’altro, ma è anche e soprattutto perderci per ritrovare noi stessi, viaggiare significa sentire che siamo nati “per scappare”, significa respirare, vivere un’emozione che ci fa girare la testa, viaggiare è qualcosa che ci entra nell’anima e di cui, da quel momento in poi, non potremo più farne a meno.

2 pensieri riguardo “Tunisia

  1. Luoghi magici purtroppo non valorizzati come meriterebbero.

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