Stati Uniti d’America

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Gli Stati Uniti d’America sono un Paese troppo complesso per poter essere facilmente catalogato in poche righe: la realtà è spesso il contrario di ciò che appare.

Qualcuno definisce l’America come il Paese della libertà, un Paese dove ciascuno può esprimere se stesso, dove l’individuo pensa e vive come gli pare, dove si può scegliere di cambiare vita, lavoro, coniuge ed amante anche a 50 anni, dove per l’appunto la “libertà” si respira sin dal mattino perché è nell’aria, è inalienabile, è il principio su cui si basa l’intero sistema.

Qualche altro definisce, invece, l’America come il Paese dell’indifferenza, dell’individualismo elevato all’ennesima potenza, il Paese dei contrasti economici e degli odi razziali: ma se è vero che alcuni americani sono razzisti, è pur vero che, sempre in America, in molti combattono per i diritti delle minoranze e la gente ha il coraggio di scendere in strada non solo per difendere le proprie tasche, ma anche per difendere i principi morali ed i diritti sociali.

Ci sono tanti volti di una stessa America, c’è un’America fatta di megalopoli violente e caotiche simili a giungle d’asfalto, ed un’America che nasce dal contatto con una natura superba, intatta e sconfinata, dove ci si incanta per ore ad ascoltare il silenzio dei boschi e delle foreste; c’è un’America in giacca e cravatta, e c’è un’America che nasce dal mitico Far West, con i suoi cowboys, i ranch ed i rodei che, per inciso, non sono una semplice trovata folkloristica, ma una pulsante realtà quotidiana; c’è poi l’America del cibo, altra grande “ossessione a stelle e strisce”, della gente che si nutre non-stop per ventiquattro ore al giorno con il cosiddetto cibo “spazzatura” fatto di grassi e carboidrati, ma c’è pure chi, all’angolo della strada fruga tra i bidoni della spazzatura per recuperare gli avanzi del giorno prima di una società che, all’occorrenza, sa essere opulenta e sprecona.

Insomma, per farla breve, ognuno si costruisce l’immagine dell’America che preferisce. Io vi racconterò la mia America, sulla base delle mie impressioni personali, frutto di un lungo viaggio negli States, un viaggio che mi ha portato da una costa all’altra del Paese e mi ha permesso di scoprire meraviglie e contraddizioni di una Terra fantastica dove, credo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi dovrebbe andare.

La prima tappa del mio viaggio negli Stati Uniti è New York. Sono appena atterrato all’aeroporto J.F. Kennedy e mi basta un attimo per rendermi conto che l’Europa è già lontana anni luce: vi sono tante persone in fila come me, in attesa di oltrepassare il controllo della Polizia di frontiera, la fila  è scomposta (inutile a dirlo, molti sono italiani…) ed i poliziotti manifestano una “fisicità” inusuale dalle nostre parti, alzano il tono della voce e finanche mettono letteralmente le mani addosso alla gente pur di mantenere tutti in riga.

L’aeroporto è un po’ al di sotto delle aspettative, ho visto decisamente di meglio in giro nel vecchio continente: forse il traffico passeggeri, costante ed elevato, accelera i segni dell’usura che, a mio avviso, appaiono sin troppo evidenti.

Anche la tangenziale che conduce a Manhattan è una delusione: non mancano interruzioni per lavori stradali e buche sull’asfalto. Mi spiegano che il ghiaccio dell’inverno distrugge il manto di copertura che, puntualmente, ad inizio di ogni primavera, deve essere ripristinato… la spiegazione è abbastanza convincente.

Ad un tratto, in lontananza, tra le luci fumose del crepuscolo appaiono dinanzi ai miei occhi le sagome dei grattacieli di Manhattan e confesso che è un tuffo al cuore…finalmente realizzo di essere proprio arrivato a New York!

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No, non si tratta di un fotomontaggio: al tempo del mio viaggio le torri gemelle c’erano ancora; di lì a poco, arrivò il fatidico undici settembre e l’attacco suicida al simbolo del mondo occidentale, con le conseguenze che tutti noi, purtroppo conosciamo… ma quella è un’altra storia!

L’Hotel nel quale trascorro una settimana è il centralissimo Sheraton, tra la settima Avenue e la cinquantaduesima strada, a due passi da Times Square. A proposito: nel centro di New York, parafrasando Lucio Dalla e la sua “Disperato erotico stomp”…non si perde neanche un bambino! Tutte le strade, infatti, sono parallele e perpendicolari fra loro e vengono numerate in ordine crescente: quelle che percorrono l’isola di Manhattan da nord a sud si chiamano “Avenue”, mentre quelle che vanno da est ad ovest si chiamano “street”. L’unica eccezione è rappresentata da Broadway, la via dei teatri, una strada diagonale che incrocia la quinta strada e Times Square. Orientarsi, dunque, è facile ed intuitivo.

New York, ad onor del vero, mi risulta particolarmente “familiare”… sarà per via dei tanti film e telefilm americani che mi sono “sciroppato” durante la mia adolescenza, ma, ad ogni strada e ad ogni piazza, ho come l’impressione di essere in un posto già noto, già visto in precedenza.

Le attrazioni sono, ovviamente, innumerevoli. A voi, dunque, la scelta. Da una passeggiata al Central Park (autentico polmone verde di New York), ad una interessantissima visita al Metropolitan Museum; da Harlem, anima nera della città, a Little Italy (dove gli americani di seconda e terza generazione non parlano l’Italiano ma, al più, farfugliano qualche parola in siciliano, calabrese o napoletano); da una salita in ascensore sulla terrazza panoramica dell’Empire State building, ad una visita al Greenwich, quartiere bohemien particolarmente amato dagli artisti ed i letterati; da un giro in battello con partenza da Battery Park e destinazione Statua della Libertà, ad un volo in elicottero attraverso i grattacieli di Manhattan: queste sono solo alcune delle tante cose che ho fatto durante la mia settimana trascorsa nella “Grande Mela” e di nessuna di queste mi pento.

Ancora una volta, come è mio solito, ho fornito delle semplici indicazioni, dei suggerimenti… ognuno poi, come dicevo già all’inizio di questa pagina dedicata al mio viaggio negli Stati Uniti, deciderà liberamente dove andare e cosa vedere, si costruirà la “sua” America, secondo i suoi desideri e le sue esigenze.

L’unica cosa che, pur nel rispetto della libertà di ciascuno di voi, mi permetto di caldeggiare con insistenza è una visita, a mio avviso estremamente significativa, in un luogo che definirei “luogo della memoria”: Ellis Island.

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Ellis Island è un isolotto posto alla foce del fiume Hudson, nella baia di New York.  Sull’isola vi è un antico arsenale militare che costituiva il principale punto d’ingresso per gli immigrati che all’inizio del secolo scorso sbarcavano in America.

Oggi l’arsenale è diventato un museo e consiglio di visitarlo a tutti coloro che vogliono prendere coscienza sino in fondo, su quale fosse la condizione di inferiorità psicologica nella quale si trovavano gli aspiranti cittadini statunitensi (tra questi, milioni di italiani, moltissimi dei quali, soprattutto nella prima ondata di flusso migratorio, provenienti dall’Italia del nord, in particolare dalla regione Veneto).

Subito dopo lo sbarco, i medici del Servizio Immigrazione controllavano rapidamente ciascun immigrato, contrassegnando sulla schiena con un gesso, quelli le cui condizioni di salute, in prima battuta, non venivano considerate sufficientemente idonee per l’accoglienza sul suolo americano.

I “marchiati”, secondo quanto riportato su un vademecum dell’epoca, di cui è custodita all’interno del museo una copia consultabile dai visitatori, venivano inviati in un’altra stanza per “controlli più approfonditi”; appartenevano a questa schiera: vecchi, deformi, ciechi, sdentati, sordomuti, persone affette da malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità.

Per i ritenuti non idonei, c’era l’immediato reimbarco sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti; chi superava l’esame, veniva, invece, accompagnato nella Sala dei Registri, dove, gli Ispettori preposti registravano nome, luogo di nascita, razza, stato civile, luogo di destinazione, eventuale disponibilità di denaro, professione e precedenti penali. Solo i più fortunati, quindi, ricevevano l’agognato permesso di sbarcare e, dopo la registrazione, venivano accompagnati al molo del traghetto per Manhattan.

Osservando i registri dell’epoca, rimango particolarmente colpito dal fatto che tutti gli immigrati, in relazione al Paese d’origine, venivano classificati in tre categorie fondamentali: “W”, “B” e “NW”, dove “W” stava per “white”, cioè “bianchi”, “B” stava per “black”, vale a dire “neri” e “NW” stava per “no-white”; in pratica tutti coloro che non erano bianchi, ma non erano neppure neri, venivano genericamente indicati come “no-white”, e la cosa per me sorprendente è che, leggendo i luoghi di provenienza delle persone schedate come “no-white”, mi accorgo che molte di esse provenivano non solo dai Paesi asiatici e dai Paesi Arabi, ma anche dal Messico e dall’Italia meridionale.

Mi fa un certo effetto veder considerati molti nostri connazionali provenienti da Napoli, Messina o Reggio Calabria come appartenenti ad una razza ibrida, inseriti in un unico calderone insieme a cinesi, guatemaltechi, marocchini, indiani e giapponesi. E provo tale disagio non, semplicemente, in quanto italiano: penso proverei lo stesso stupore se appartenessi, indifferentemente, ad una qualunque di quelle popolazioni, eterogenee fra loro, che, con sommaria e sbrigativa approssimazione venivano accomunate all’interno di una stessa indistinta categoria “razziale”, non per una specifica caratteristica etnica posseduta, bensì per una caratteristica etnica “non-posseduta”.

Insomma, ho come l’impressione che spesso la “storia” si ripeta nelle sue dinamiche più sconcertanti… ma questa è un’altra storia!

“The show must go on” come dicono da queste parti, il viaggio continua ed è davvero uno spettacolo sempre più entusiasmante da vivere. Penso che sei giorni a New York possano anche bastare e così, decido di “sacrificare” il mio ultimo giorno, prima della partenza per il mitico Far West, prendendo al volo un aereo per un’escursione giornaliera in Canada, alla scoperta delle Cascate del Niagara.

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Non mi dilungo più di tanto su questa meravigliosa esperienza perché di essa ho già scritto nella sezione dedicata al Canada; quindi, per chiunque volesse saperne di più, è sufficiente cliccare qui e sarà subito indirizzato nella pagina corrispondente, sempre all’interno del mio blog.

Ho ancora negli occhi la visione memorabile delle impetuose e straripanti cascate del Niagara, ma non c’è tempo per fermarsi a pensare. Mi ritrovo, infatti, a bordo di una aereo che, dopo circa sei ore di volo, atterra a Los Angeles.

Spesso si tende erroneamente a sottovalutare le distanze che intercorrono fra una città e l’altra degli Stati Uniti, distanze che, invece, in alcuni casi sono decisamente ragguardevoli se non, addirittura, siderali: ad esempio, giusto per rendere l’idea, New York dista da Los Angeles, più o meno quanto Milano dista dal Circolo Polare Artico!

Detto questo, il primo impatto con Los Angeles non è dei più entusiasmanti: più mi avvicino alla città e più mi rendo conto che non esiste la “città” di Los Angeles, bensì una serie di agglomerati urbani collegati da nastri d’asfalto che noi chiamiamo “autostrade”, ma che da quelle parti chiamano Freeways.

Los Angeles è una città impensabile senza l’automobile; l’auto rappresenta, infatti, l’unico vero antidoto contro l’immensità urbana assoluta, l’unico rimedio per aggirarsi tra i novecento chilometri d’asfalto che collegano i vari quartieri di una città che si irradia in tutte le direzioni verso l’infinito, sin dove l’occhio umano può spaziare.

Credetemi: la visione è impressionante! L’aspetto positivo da evidenziare, in questo delirio metropolitano, è che il traffico procede discreto e rispettoso: velocità moderata, osservanza della segnaletica, nessun segno di aggressività stradale; d’altro canto, credo che un comportamento responsabile alla guida si renda necessario per permettere a circa dieci milioni di automobili di girare tranquillamente ogni giorno per quelle autostrade, senza mai ingorghi e senza incidenti da “the day after”.

Dopo l’agognato check in, mi impossesso finalmente della mia camera d’albergo, per crollare in un sonno intenso. L’Hotel è il Sofitel Ma Maison a Beverly Hills, un classico albergone a quattro stelle comodo ed elegante, forse (almeno per i miei gusti), un po’ troppo impersonale.

Nella “città degli Angeli” ci spendo tre giorni del mio viaggio, il tempo necessario per visitare alcuni luoghi “culto”, a cominciare dalle ville dei miliardari di Beverly Hills (tra le altre, ho visto pure la mega-villa dove Marilyn Monroe si tolse la vita in quella tragica notte del 5 agosto 1962)…

Quindi, Hollywood, con il mitico Walk of Fame, il marciapiede più famoso al mondo, con le impronte di personaggi dello spettacolo di fama mondiale, ivi comprese quelle di celebri artisti di casa nostra come la Loren e Mastroianni…

Proseguo con il palazzo della cerimonia dell’Academy Award (dove annualmente viene consegnato l’Oscar, il premio cinematografico più prestigioso ed antico al mondo), ed infine, come è ovvio che sia per tutti quelli che si recano a Los Angeles, non posso mancare una visita agli Universal Studios, la fabbrica del cinema americano, con tanto di Parco a tema che ospita giostre da brivido, spettacoli interattivi e set cinematografici all’aperto. Sebbene gli Universal Studios siano una casa di produzione ancora in attività, ho l’impressione che le possibilità di imbattersi in Tom Cruise o Meryl Streep a passeggio siano piuttosto basse. Tuttavia dedico un’intera giornata alla visita degli “Studios” in un’atmosfera gradevolmente surreale: da consigliare!

All’alba del terzo giorno lascio Los Angeles e salgo a bordo di un pullman a lunga percorrenza che mi porterà alla scoperta del leggendario Far West, attraversando i confini di numerosi Stati federali (California, Arizona, Colorado, Utah, Nevada) ed ammirando alcuni tra i luoghi di interesse naturalistico più suggestivi dell’intero Pianeta.

Per gli Americani non esiste un passato antico fatto di archeologia e di storia, ed è forse anche per questa ragione che per loro, i grandi parchi nazionali, sono un enorme motivo di orgoglio e soddisfazione: gli Americani, in sostanza, sono consapevoli di essere depositari di una poderosa cultura naturalistica, e sanno che questa cultura deve essere difesa ad ogni costo. Pertanto, in queste aree remote del mondo, hanno creato uno splendido equilibrio uomo-ambiente, i parchi nazionali sono luoghi di pace dove l’armonia regna sovrana, gli animali sono padroni di vivere secondo le loro leggi e gli uomini sono dei semplici osservatori.

La prima tappa di questo articolato tour è San Diego, una vivace ed elegante città posta proprio al confine con il Messico, nella Bassa California; mi fermo un paio di giorni, nel secondo dei quali mi balena in mente l’idea di attraversare la frontiera e visitare una delle più note città messicane: Tijuana. Per chi fosse interessato a conoscere la mia “avventura” in quella che molti definiscono come la città più pericolosa al mondo, basta cliccare qui per il collegamento ad un’altra pagina all’interno del mio blog, in cui esprimo il mio punto di vista su questa particolare esperienza vissuta in terra messicana.

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Da San Diego, attraversando il deserto di sabbia della California, il fiume Colorado ed il deserto dei cactus, nel sud dell’Arizona, giungo a Phoenix, che a differenza di quanto immaginavo, non è affatto brulla… tutt’altro: è una sorta di oasi verde, in mezzo ad un paesaggio circostante caratterizzato da una totale aridità.

Il giorno seguente, una lunga strada polverosa che attraversa la città di Sedona (famosa per le sue rocce rosse) mi conduce sino alla sponda meridionale del Grand Canyon: uno stupendo belvedere si affaccia sulla parte più ampia e desertica della gola. Quest’opera gigantesca è stata scolpita in dieci milioni di anni dal fiume Colorado; mi rendo pienamente conto di essere di fronte ad una meraviglia della natura che per qualcuno (coloro che decidono di scendere nelle profondità della gola) può diventare persino una sfida fisica: io mi limito a fare una piacevole passeggiata lungo il bordo del Canyon ed a scattare qualche foto. Per quanto riguarda la discesa, mi dicono che occorrono almeno otto ore di cammino, quindi… se ne riparlerà la prossima volta!

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Lasciando il Parco Nazionale del Grand Canyon, il mattino seguente attraverso il Deserto dipinto, situato nella Riserva degli Indiani Navajo, nello stato dello Utah. Nel pomeriggio visito la maestosa Monument Valley. All’interno della riserva i pullman “gran turismo” non hanno accesso e devono essere parcheggiati al di fuori dell’area. La visita può essere effettuata solo a bordo di piccoli pulmini condotti da guide Navajo.

Il mio autista, anch’egli un nativo, per offrire un’immagine particolarmente romanzata ad alcuni turisti tedeschi che occupano le prime file del pulmino, finge di non parlare neppure l’inglese e, durante tutto il percorso, si limita ad annuire e ad esprimersi a gesti. Poi dietro le quinte, durante una sosta per un foto-stop, mi rivela che ha studiato all’Università Statale dell’Arizona e che parla correntemente quattro lingue (tra cui anche il tedesco…).

L’apogeo di questa gita è una fermata a John Fords Point, dove sono stati ripresi tantissimi film dell’epopea western.

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La famosa terra rossa regala scenari unici e mozzafiato: un panorama di fuoco, arido ed inospitale, dove l’orizzonte è interrotto da imponenti formazioni rocciose che emergono prepotentemente dal suolo, disegnando uno dei paesaggi naturali più affascinanti in assoluto.

Alcune di queste rocce, plasmate dall’erosione, hanno assunto nel tempo le forme più bizzarre ed hanno ispirato i geologi a dar loro i nomi più curiosi: a titolo esemplificativo nelle due foto sotto si possono ammirare “le tre suore” e “la civetta”.

La Monument Valley è senza dubbio uno dei motivi principali per cui la gente decide di visitare il sud-ovest americano. La sensazione di “sacralità” che si avverte passando per queste terre è qualcosa di unico ed il coinvolgimento emotivo è totale.

Dai sentieri polverosi sbuca, all’improvviso, un cane selvatico, ma non ha un aspetto minaccioso, non mi sento in pericolo…in lontananza un gruppo di nativi ci osserva senza mostrare particolare curiosità: è evidente che sono abituati alla costante presenza dei viaggiatori che ogni giorno visitano la riserva; dal gruppo, ad un tratto, si stacca una donna a cavallo, mi si avvicina, faccio appena in tempo ad impugnare la mia macchina fotografica e colgo in uno scatto la magia di quel momento.

Non è difficile innamorarsi di un posto come questo ed è altrettanto facile sentirne la mancanza non appena si va via. Purtroppo il tempo vola rapidamente ed è già tardi, le luci del tramonto mi ricordano che è ormai l’ora di lasciare questo luogo intriso di magia. Mentre mi allontano dalla riserva, mi volto un’ultima volta indietro per imprimere nella memoria l’immagine di questa leggendaria strada che ripercorro a ritroso per andar via. Guardo la strada e penso che, certamente, questa è una delle più belle fra tutte quelle che ho percorso durante il mio viaggio negli States.

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Il tour prosegue ed il mattino seguente il mio pullman corre per circa duecento miglia in direzione nord-est. Durante il tragitto c’è tempo per una sosta ad un vecchio accampamento indiano, di cui rimangono ancora le tracce…

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…e c’è anche tempo per una visita ad un villaggio fantasma che, probabilmente, durante l’età dei pionieri aveva vissuto il suo periodo d’oro e che, successivamente, era stato abbandonato. All’interno del villaggio mi colpisce una lapide in legno con su scritto un nome, una data di nascita e morte ed una frase: “Hanged By Mistake” che, per chi ha poca dimestichezza con l’americano, traduco letteralmente: “Impiccato per Errore!”.

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Infine, al termine di questa entusiasmante mattinata, si apre davanti ai miei occhi un nuovo spettacolo senza precedenti: il Parco nazionale del Bryce Canyon, dove dedico il pomeriggio ad ammirare i capolavori che la natura ha scavato in questa roccia arenaria.

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La vista dall’alto è davvero superba, ma ciò che a mio avviso rende l’escursione al Bryce Canyon addirittura più appetibile rispetto a quella al Grand Canyon, è la relativa facilità con cui si può scendere all’interno della gola per un “viaggio… nel centro della Terra”.

Al Grand Canyon, infatti, la prospettiva di otto ore di cammino mi aveva fatto desistere dall’impresa; qui, invece, non mi lascio scappare l’occasione e, in meno di un’ora, mi ritrovo all’interno del Canyon: vi assicuro che l’esperienza è di quelle che non si dimenticano più per il resto della vita.

La roccia, vista da vicino, assume le più svariate colorazioni: dall’arancio, al giallo, dal rosso al violetto. Dopo un giro nelle viscere terrestri che, in totale, dura un paio d’ore, alla fine torno a rimirare il cielo, l’aria è frizzante e mi pervade una sensazione di estremo benessere.

Inizia una nuova giornata e si parte per una nuova avventura; destinazione Zion National Park, dove, dopo circa un’ora di cammino a piedi, lungo un sentiero lastricato, arrivo proprio sotto delle piccole ma scenografiche cascate che precipitano dalle cime che cingono il Canyon.

Nel pomeriggio, invece, al termine di un percorso stradale di centinaia di chilometri in mezzo al deserto del Nevada, giungo a Las Vegas, per molti la capitale del divertimento, del vizio e del gioco d’azzardo.

Sarà che ho un’idea differente di divertimento, sarà che, tecnicamente, non sono mai stato un “vizioso”, sarà che non ho mai avuto alcuna propensione per il gioco delle carte, sta di fatto che a me, francamente, Las Vegas non è piaciuta!

La città è ubicata nel cuore del deserto, a centinaia di chilometri dal più vicino centro abitato, l’aria è soffocante per via del gran caldo, mi riesce difficile persino trovare un posto dove mangiare: non ci sono bar, tavole calde o ristoranti (e se ci sono, non si vedono), dappertutto tavoli da gioco e slot machine…

Ad un tratto un miraggio: McDonald’s! In genere detesto questa tipologia di fast food, il cibo è finto ed il gusto è uguale dappertutto, dall’Equatore al Polo Nord; tuttavia questa volta faccio un’eccezione, rompo gli indugi ed entro all’interno del locale con la ferma intenzione di ordinare il mitico (si fa per dire…) cheeseburger. Ma, incredibile a dirsi, a Las Vegas, persino il più famoso venditore di panini al mondo, ti accoglie con i crupier al posto dei camerieri e con le solite immancabili slot machine…

Alla fine, vinto dai morsi della fame, chiedo disperatamente se è possibile mangiare qualcosa ed uno dei crupier di cui sopra, forse mosso a pietà, mi indica un sottoscala dove, finalmente trovo un distributore automatico di bevande e merendine.

Al di là delle sale da gioco e delle cappelle sconsacrate dove stravaganti personaggi vengono a contrarre matrimonio (che pare abbia, comunque, valore legale), al di là delle luci accecanti e degli spettacoli mirabolanti che vengono ogni sera allestiti dai vari alberghi/casinò come il Caesar’s Palace ed il Mirage, per il resto, a mio modestissimo avviso, la tappa a Las Vegas si potrebbe anche evitare…il gioco (è il caso di dire) non vale la candela!

L’unica cosa degna di nota è l’albergo dove trascorro la notte: l’Hotel Hilton Flamingo, un mega albergo a cinque stelle con una camera a mia disposizione di sessanta metri quadrati e terrazza panoramica sulle luci della città: credo di poter dire, senza tema di smentita, che questa sia la camera più bella dove abbia mai alloggiato nella mia vita.

Per quanti fossero interessati, ho lasciato su Tripadvisor una recensione sulla mia esperienza vissuta a Las Vegas: per leggerla, basta cliccare qui.

All’alba del nuovo giorno (come sempre durante tutta la durata del tour) si riparte in direzione California e, subito dopo aver varcato il confine federale, giungo alla Valle della Morte, una delle aree più calde al mondo, dove di norma la temperatura oscilla intorno ai cinquanta gradi. La valle è così chiamata poiché i malcapitati cercatori d’oro del diciannovesimo secolo che vi si avventuravano, pensavano d’aver trovato una scorciatoia per arrivare in California, mentre invece, seguendo quella direzione, trovavano inesorabilmente la morte.

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Le condizioni di vita sono assolutamente proibitive per qualunque essere vivente (animale e vegetale) e persino gli indiani, che in genere erano abbastanza flessibili a ripiegare verso territori inospitali, non si spinsero mai all’interno di quest’area desolata.

Al mio arrivo nella Valle della Morte il caldo è letteralmente infernale: non voglio menar vanto di me stesso, ma sottolineo con malcelata compiacenza che, a parte me, nessun altro passeggero del pullman prende in considerazione l’ipotesi di scendere dal mezzo, neppure per una breve passeggiata ed una foto ricordo. Forse l’eccitazione febbrile di trovarmi in un luogo così sperduto e così unico è la vera molla motivazionale che mi spinge a calpestare quel suolo roccioso, senza farmi avvertire i disagi della temperatura di fuoco e sono certo che, un’esperienza come questa, rimarrà per sempre tra i miei ricordi più belli di viaggiatore per le strade del mondo.

Il tour volge al termine ma prima di arrivare a San Francisco mi attendono ancora alcuni paesaggi mozzafiato. La prossima destinazione è, infatti, uno dei più famosi parchi naturalistici della California, disteso tra le montagne della Sierra Nevada: Yosemite National Park.

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Yosemite Park, inserito dall’UNESCO tra i siti del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, è famoso per le cascate vertiginose, per le imponenti ed impressionanti pareti di granito, ma anche e soprattutto per le grandi sequoie. Il bosco più famoso di sequoie presente nel parco si chiama Mariposa Grove ed è composto da più di 200 giganteschi alberi che da secoli popolano la zona (alcuni hanno addirittura più di mille anni). Il più vecchio fra questi alberi è trattato come la star del parco: si chiama Grizzly Giant, ha quasi duemila anni ed è alto sessanta metri (in pratica come un grattacielo di venti piani).

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Infine, dopo un lungo viaggio itinerante che mi ha permesso di visitare alcuni dei luoghi più affascinanti dello sconfinato territorio americano, giungo a San Francisco.

Ad attendermi l’Hotel Hilton Union Square: confortevole, centralissimo, non particolarmente caro, soprattutto in relazione all’elevato standard dei servizi che offre.

Tra tutte le grandi città americane che ho visitato, San Francisco mi sembra la città più bella, probabilmente la più “europea”. Anche qui ci sono, ovviamente, gli immancabili grattacieli della downtown, ma accanto ad essi convivono le tradizionali case vittoriane, fatte di legno e dipinte con colori pastello. Per una vista stupenda di queste caratteristiche casette con sullo sfondo il profilo dei moderni grattacieli, vi consiglio una passeggiata ad Alamo Square: non ve ne pentirete!

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San Francisco è interamente adagiata su una serie di collinette. Twin Peaks è la più panoramica di queste colline ed arrivando sin lassù, si gode di una veduta straordinaria sull’intero agglomerato urbano.

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Come è facile intuire, le colline rendono San Francisco particolarmente affascinante agli occhi del visitatore; la città risulta, invece, meno gradita alle gambe di chi decide di avventurarsi a piedi: per andare da un punto all’altro della città preparatevi a compiere delle proverbiali scarpinate, in salita e discesa. Se non volete esaurire le vostre risorse fisiche, non vi rimane che affidarvi ai Cable Car, tradizionali tram cittadini a trazione funicolare che si spostano rapidamente da un punto all’altro dell’area urbana.

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Dall’alto dei viali più ripidi (e sono tanti) la vista spazia verso l’Oceano Pacifico e la vicina isola di Alcatraz, sede del celebre carcere di massima sicurezza, un luogo infernale da cui (quasi) nessuno è mai riuscito a fuggire; quello di Alcatraz è un nome che ancora oggi incute timore, anche se ormai da anni l’istituto di pena ha chiuso i battenti.

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Icona incontrastata della città è indubbiamente il Golden Gate Bridge, uno dei ponti sospesi più lunghi al mondo. Per uno strano gioco di correnti d’aria presenti nella baia, il ponte appare spesso ai suoi visitatori avvolto nella nebbia e questo, in un certo senso, contribuisce ad accrescerne fascino e mistero. Il Golden Gate Bridge, al pari della Statua della Libertà, è uno dei simboli più famosi della cultura popolare americana e risplende sempre di un particolare colore rosso brillante. Una curiosità: una squadra stabile di operai è costantemente al lavoro nel ritoccare la vernice per evitare che l’elevato tasso di umidità dell’aria eroda i componenti in acciaio del ponte.

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Il Fisherman’s Wharf è un’altra popolare attrazione di San Francisco: ad onor del vero, ho l’impressione che l’intera area sia veramente sin troppo turistica. Qui si trova di tutto: negozi di souvenir, ristoranti di vario tipo (ma cercate di evitarli, sono costosi e spesso la qualità non vi ripagherà del conto salato che vi presenteranno), venditori ambulanti e trappole per turisti d’ogni genere. Detto questo ritengo, comunque, immancabile una passeggiata in questa animata zona della città. Dal Fisherman’s Wharf vi consiglio di proseguire lungo il mare fino ad arrivare al Pier 39, famoso per i leoni marini che, in primavera e nel periodo estivo, hanno fatto di questo molo la loro casa. E se avete ancora tempo a disposizione, spingetevi oltre, lungo la costa del Pacifico, per un giro fuori porta che vi condurrà alla scoperta di alcuni paesaggi davvero mozzafiato.

Il mio viaggio negli Stati Uniti finisce qui. Spero, con il mio racconto, d’essere riuscito a trasmettere un pizzico del mio entusiasmo per un Paese di cui ho avuto la fortuna di scoprire meraviglie e contraddizioni, un Paese che mi ha regalato emozioni memorabili e che credo meriti d’essere visitato da ognuno di noi, almeno una volta nel corso della vita.

 

8 pensieri riguardo “Stati Uniti d’America

  1. le foto sono bellissime!

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    1. Grazie Douglas! Sono davvero contento che ti siano piaciute le mie foto

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  2. Hai uno stile di scrivere e a narrativa molto Bello. Mi trovo con te nel viaggio. Grazie.

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    1. Ti ringrazio molto per il tuo apprezzamento che mi spinge ad andare avanti con un’ulteriore dose di entusiasmo 🙂
      Buona giornata!

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      1. Continua I tuoi viaggi. Un vecchio amico ha visto quasi tutto il mondo ed ha scritto anche alcuni libri. Ha viaggiato a piedi per un anno. Adesso va a Milano per un breve periodo. Orange che ora è nei suoi 70 anni, ha scritto alcuni libri dei suoi viaggi che sono stati pubblicati: e te, scriverai o hai gia’ pubblicato? Sarebbe molto bello. Prova la Manzoni. Auguroni. Now it’s very late and I am so tired!. Nice to read your adventure.

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  3. Devo confessare che anch’io, così come il tuo amico che viaggia per il mondo, ho una grande passione per la scrittura, ed ho anche pubblicato per “Amazon Media” diversi libri. Uno di questi è dedicato alla tematica del viaggio, alcuni riguardano l’approccio metodologico allo studio delle lingue straniere e, in altri ancora, affronto argomenti di filosofia, essendo quest’ultima, una materia che mi ha sempre affascinato, sin dai tempi dell’Università.
    Ti invio il link con la lista dei miei libri così, se vorrai, potrai dargli uno sguardo… ne sarei onorato!
    https://giovanniaugello.wordpress.com/i-miei-libri-2/

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  4. Buona sera Giovanni stati uniti, un altro paese che ancora non ho visitato. Sul una mano, vedo un paese veloce, falso e rumoroso che non ho il disiderio visitare. Sull’ altra mano vedo un paese grande con una ricchezza di bellezze naturali ed una popolazione straordinariamente diversificata che mi piacerebbe visitare. Forse un giorno andrò ed esplorare. Come sempre è stato un piacere leggere il tuo articolo e vedere alcune fotografie straordinarie Ciao Lynne

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    1. Ciao Lynne,
      Ti ringrazio per il commento e ti auguro di cuore di esaudire al più presto il tuo “sogno americano”

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