Bulgaria

Ci sono alcuni luoghi che per uno strano gioco del destino, a prescindere da reali interessi di ordine naturalistico o culturale, recitano costantemente un ruolo di primo piano nei circuiti dell’industria del turismo di massa che, come ben sappiamo, crea desideri indotti e condiziona i viaggiatori, orientandone la scelte.

Ci sono, invece, luoghi di rara bellezza, di cui si parla poco o niente, luoghi scarsamente considerati e, consequenzialmente, neppure sfiorati dai tradizionali flussi turistici, luoghi su cui, talvolta, grava l’ombra della diffidenza se non, addirittura, del pregiudizio.

Senza tema di smentita, credo di poter dire che la Bulgaria sia uno di questi luoghi dimenticati e, nello specifico, la sua capitale Sofia è certamente una tra le più sottovalutate capitali europee.

Provate a lanciare una ricerca sul web simulando l’intenzione di volare in direzione della capitale bulgara: scoprirete che il prezzo del biglietto è, mediamente, di quattro volte inferiore rispetto a quello per Londra, Parigi, Madrid o Stoccolma.

Non è una questione di carburante, è solo una questione di appeal. Agli occhi del turista medio Sofia (e più in generale la Bulgaria), non suscitano particolari emozioni; da qui la necessità delle compagnie aeree di scontare i prezzi per indurre i viaggiatori, in specie quelli con budget limitato, ad invertire la rotta e puntare decisi verso il “Paese delle rose”.

Il mio biglietto aereo per arrivare a Sofia è costato circa venti euro (più o meno il prezzo da pagare per una pizza e una birra in una qualunque città italiana).

Ma per le tasche di chi si accinge ad incamminarsi lungo la mia stessa strada, le piacevoli sorprese non finiscono qui!

Infatti, complice il potere d’acquisto della moneta locale (LEV), il costo della vita da quelle parti risulta straordinariamente basso per chi, come noi, proviene dall’euro zona.

A proposito di soldi, la regola generale dovunque si vada e si vogliano cambiare gli euro con la moneta locale, è sempre la stessa: diffidare degli Uffici di Cambio (anche da quelli ufficiali) e, ove possibile, prelevare direttamente dagli sportelli Bancomat. Questa regola diventa essenziale in Bulgaria; ho visto gente in aeroporto a cui hanno applicato tassi di cambio al limite della truffa bella e buona.

Io sono atterrato al Terminal 2 ed ho prelevato in una colonnina Bancomat collocata in posizione strategica, proprio di fronte l’ingresso della sala “Arrivi”: procedura semplice e, in termini di commissioni, a costo zero.

Unica raccomandazione: prelevare il meno possibile, direi a piccole dosi, perché se al termine del viaggio vi rimarranno banconote bulgare, vi garantisco che sarà quasi impossibile la riconversione in euro; in pratica vi ritroverete con della carta straccia in tasca!

Giusto per rendere l’idea del differente costo della vita a cui accennavo sopra, raramente una camera doppia in un albergo a tre o quattro stelle in pieno centro supera la cifra di cinquanta/sessanta euro, colazione inclusa. Se si opta per alberghi a cinque stelle (alberghi faraonici, talora con gusto vagamente tendente al kitsch), si sfiorano i cento euro.

La mia scelta è ricaduta sull’Art Plaza della nota catena Best Western, un tre stelle superiore posizionato stupendamente a poche decine di metri dal Boulevard Vitosha (il salotto buono della città, ricco di negozi eleganti, ristoranti e bar). Con soli cinquantotto euro al giorno: sistemazione in camera doppia, reception h24, personale gentilissimo ed efficiente, abbondante breakfast mattutino.

A proposito di cibo, per un pasto completo, nei migliori ristoranti, non si supererà mai la soglia dei dieci euro. In un ristorante informale ve la caverete, al massimo, con sei, sette euro, beveraggio incluso.

Al riguardo, fornisco subito qualche informazione su alcuni dei ristoranti di cui ho fatto esperienza diretta:

– Per una cena elegante vi suggerisco il “Shtastlivetsa Vitoshka”: al di là del nome, praticamente impronunciabile, tutto il resto è davvero fantastico.

La location è proprio su Boulevard Vitosha, gli ambienti raffinati, il servizio accurato, ampia scelta nel menù, qualità ottima, prezzi nella media. Se volete un tavolo all’interno (scelta consigliata, stante la singolarità scenografica) la prenotazione è d’obbligo. All’esterno, invece, se si è fortunati, anche senza aver riservato il tavolo ci si può accomodare in una terrazza verandata su strada, dopo un breve turno d’attesa.

– Per una cena dal sapore folkloristico una scelta vincente può essere rappresentata da “Hadjidragana Tavern”: il ristorante è ubicato in una stradina del centro, proprio alle spalle del Vitosha Boulevard, l’ambiente è rustico, il servizio un po’ anonimo, il cibo eccellente, prezzi un filino alti (per la media bulgara…); per gli amanti del genere, l’atmosfera è allietata dalla presenza di un gruppo di attempati musicisti che, “armati” di pifferi, chitarre, fisarmoniche e tamburi, gironzolano fra i tavoli straziando le orecchie degli avventori con le loro melodie balcaniche.

– Per una cena informale “Divaka” è una scelta a colpo sicuro: si tratta di una catena di ristoranti (nel centro di Sofia c’è ne sono almeno tre o quattro) che propongono a prezzi super economici ottimi piatti della tradizione bulgara, ma anche moltissimi piatti internazionali. Io sono stato al “Divaka1” che si trova nella stessa strada di “Hadjidragana Tavern”. Ho cenato in una terrazza all’aperto in un contesto giovane e informale, il locale era molto affollato, ma (come valore aggiunto) la quasi totalità degli avventori non erano turisti, bensì persone del luogo.

Esaurita la parentesi gastronomica, passo a descrivere alcuni dei tesori che la città di Sofia ha saputo svelarmi, taluni dei quali risplendono in bella mostra, altri, invece, ben nascosti e non immediatamente percepibili agli occhi di un viaggiatore distratto e non preparato a sufficienza.

Ho sempre ritenuto che viaggiare sia, in primo luogo, uno strumento per ampliare le nostre conoscenze, ed ecco perché ritengo di estrema importanza, propedeuticamente al viaggio stesso, leggere e studiare quanto più possibile in ordine al luogo che ci accingiamo a visitare. Il tempo investito, ci tornerà utilissimo durante il viaggio, poiché ci consentirà di razionalizzare i nostri itinerari, sapendo già cosa cercare anziché girovagare a vuoto, e ci consentirà, soprattutto, di capire meglio quel luogo, nel rispetto della sua gente, della sua cultura e delle sue tradizioni.

Innanzi tutto è utile sottolineare che, nonostante la città di Sofia sia relativamente grande, il suo centro è abbastanza raccolto. Ciò significa che, pianificando a dovere la visita, in due o tre giorni si riusciranno a vedere le attrattive principali, senza necessità di ricorrere ad alcun mezzo di trasporto, semplicemente… passeggiando.

A mio avviso, un ottimo punto di partenza da cui partire alla scoperta della città è sicuramente la Cattedrale ortodossa Aleksandr Nevskij, il più importante luogo religioso di Sofia, nonché simbolo della Capitale.

La cattedrale, dedicata all’eroe russo Nevskij, come ringraziamento per l’intervento russo durante la lotta contro il dominio dei Turchi, è una delle più grandi Chiese ortodosse al mondo.

Posta al centro di un’immensa piazza, all’esterno colpisce, oltre che per le sue dimensioni, anche per le sue cupole verdi e dorate che brillano al sole; all’interno, ciò che colpisce, è il tripudio di marmi, le centinaia di icone appese alle pareti e l’enorme navata centrale che può ospitare più di seimila persone.

L’ingresso è gratuito ma, qualora decidiate di scattare qualche foto, vi verrà chiesto un obolo pari ad una manciata di Lev.

Se riuscite, vi consiglio di visitare la Cattedrale al mattino presto, prima che gli autobus inizino a sbarcare migliaia di fedeli, la piazza antistante si trasformi in una sorta di grande parcheggio ed il vicinissimo mercatino delle pulci si affolli di gente di ogni tipo e proveniente da ogni dove.

Nella stessa piazza della Cattedrale, in posizione laterale, si trova la Chiesa di Santa Sofia, la più antica di Sofia, dedicata alla Santa da cui la città prende il nome.

Purtroppo la Chiesa al suo interno si presenta un po’ spoglia poiché, durante la dominazione turca, fu trasformata in Moschea e gli affreschi vennero distrutti. Tuttavia, nonostante la sobrietà, l’insieme risulta assai suggestivo.

Durante la mia visita si stava celebrando un matrimonio in rito ortodosso e l’occasione è stata propizia per immortalare la scena.

Da segnalare che la Chiesa è priva di campanile; cosicché, quando nel 1878 l’esercito russo sconfisse i Turchi restituendo la libertà al popolo, in segno di giubilo gli abitanti montarono una campana sull’albero fuori la Chiesa per richiamare la popolazione alla festa: quella campana è rimasta ancora lì ed è diventata il simbolo della Chiesa di santa Sofia.

Assolutamente da non perdere una visita alla cripta della Basilica con la possibilità di passeggiare, tra gli splendidi mosaici, sull’antica necropoli, posta al di sotto del livello della navata del tempio.

Continuando a passeggiare per il centro della città, a breve distanza da Santa Sofia, percorrendo il grande viale Alexander II, ci si imbatte nella Chiesa russa di San Nicola, l’edificio di culto ufficiale della comunità russa residente nella capitale bulgara e simbolo della fraterna e storica amicizia che lega i due popoli.

La Chiesa, seppur di modeste dimensioni, è davvero un piccolo gioiello di cui non si può non rimanere affascinati: da segnalare le coloratissime guglie dalle cime dorate che risplendono al sole e il grazioso giardino ben curato e fiorito che circonda l’edificio religioso.

Percorrendo ancora qualche centinaio di metri si arriva al Teatro Nazionale Ivan Vazov, il più antico e autorevole teatro bulgaro, uno dei simboli architettonici della città di Sofia. Il teatro si affaccia su Gradska Gradina, il parco cittadino più amato dagli abitanti del luogo, ornato di statue, fontane e numerose panchine affollate da persone di ogni età, che in quest’area di verde urbano si rilassano in maniera semplice e gioviale.

Il parco è anche tradizionalmente luogo di ritrovo di giocatori appassionati di scacchi che, con una cornice di spettatori intorno (sempre pronti a scommettere sulla vittoria ora dell’uno o dell’altro contendente), danno vita ad avvincenti incontri.

Riprendendo il cammino lungo l’arteria Alexander II, superata la Galleria Nazionale d’Arte ed il Parlamento Bulgaro, proprio al centro di un trafficato crocevia si staglia un’enorme colonna sormontata dalla statua di Santa Sofia.

La statua di Santa Sofia, eretta una ventina d’anni fa proprio lì dove un tempo si ergeva la statua di Lenin, seppur divenuta in breve tempo un’icona della città, non è stata risparmiata da una valanga di critiche da parte dei rappresentanti oltranzisti della Chiesa Ortodossa, che contestano le forme volgarmente sensuali della donna raffigurata, ricordando che la “Saggezza Divina” (Sophia) non possa essere rappresentata con l’effige di una donna, bensì con il Logos, cioè con Gesù Cristo.

Non sono un teologo e non entro nella querelle: mi limito ad osservare che la statua oggetto della polemica, su un piano squisitamente artistico, non mi è sembrata un gran capolavoro…

Proprio di fronte alla controversa statua della Santa cittadina, non lasciatevi scappare la visita della Sveta Petka, una piccolissima chiesa Ortodossa in pietra, risalente all’età medievale ed edificata sotto il livello del terreno. La ragione di questa peculiare ubicazione è presto spiegata: durante l’occupazione ottomana le altre confessioni religiose vennero tollerate, purché templi e chiese non risultassero visibili a livello stradale.

A soli duecento metri dalla Sveta Petka, superando l’area degli scavi archeologici, si giunge alla Moschea di Banya Bashi (Moschea dei molti bagni), il cui nome deriva dalla presenza dell’attiguo edificio dei Bagni Termali, oggi, dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, finalmente restaurato e trasformato in museo.

La Moschea Banya Bashi è liberamente visitabile con le uniche (ovvie) avvertenze tipiche di ogni altra Moschea: coprirsi il capo per le donne e togliersi le scarpe prima di entrare nel luogo di culto.

Imperdibile una tappa al giardino che circonda le vecchie Terme, tra le fontane d’acqua termale (45 gradi!), dove le persone del luogo tutt’ora si recano per riempire bottiglie e bidoncini e portarsi a casa l’acqua dalle (dicono) miracolose proprietà terapeutiche.

Sofia è stata lungo l’arco della sua storia crocevia di popoli e culture differenti che hanno lasciato una traccia indelebile anche sotto il profilo urbano. La coesistenza (prevalentemente) pacifica tra le diverse fedi religiose ha fatto sì che i vari culti potessero trovare libera espressione, ciascuno anche a brevissima distanza territoriale dall’altro.

E così, quasi di fronte alla Moschea, si erge la Sinagoga più grande d’Europa, uno degli edifici più belli dell’intera città, realizzato all’inizio del secolo scorso su ispirazione della Sinagoga di Vienna ed impreziosito da elementi architettonici di stile moresco e bizantino.

All’ingresso della Sinagoga bisogna suonare un campanello e, una volta entrati, un poliziotto addetto alla sicurezza controllerà le borse e farà passare i visitatori attraverso il metal detector. La procedura è abbastanza simile a quella di un check-in aeroportuale.

Superati tutti i controlli, si paga un biglietto di 5 Lev ed infine si accede all’interno di questo meraviglioso tempio in piena libertà, senza alcuna restrizione su foto e video.

All’uscita dalla Sinagoga è sufficiente proseguire il cammino per circa cinquecento metri, seguendo la strada tracciata dalle rotaie del tram, per arrivare allo Zhenski Pazar (Mercato delle Donne), così chiamato poiché pare che un tempo questo mercato fosse frequentato solo dalle donne del popolo che venivano qui per acquistare (o vendere) spezie, frutta e verdura.

Oggi, chiaramente, il mercato è frequentato da ogni tipo di gente ma, soprattutto, da persone umili del posto che arrivano quotidianamente sin qui, con il solo intento di fare la spesa, economizzando quanto più possibile sui costi.

E’ bene sottolineare che il Mercato delle Donne non è un’attrazione turistica, è un luogo vero e forse, proprio per questo motivo, particolarmente suggestivo. L’area circostante è decisamente degradata, tuttavia pullula di un’umanità varia, colorita e, a tratti, anche dolente.

Con un minimo di accortezza mi sono mosso tra banchi di frutta, verdura, carne, pesce e tra i numerosi negozi di spezie che contribuiscono a diffondere nell’aria quel caratteristico odore che rimanda ai bazar orientali.

Al di fuori dell’area riservata alle bancarelle, ai bordi delle strade, ho visto donne di apparente origine Rom, vendere un po’ di tutto: mazzi di aneto, scarpe vecchie, trecce d’aglio, cianfrusaglie d’ogni genere.

Nonostante la presenza di qualche tipo strano e di qualche brutto ceffo, devo dire che non mi sono mai sentito in pericolo: nessuno mi ha disturbato, mi ha chiesto l’elemosina o mi ha infastidito, anzi qualcuno mi ha anche regalato un sorriso, con un retrogusto vagamente triste… tuttavia non posso negare che l’intera area è pervasa da una certa precarietà di sottofondo.

Detto ciò, non mi pento di questa digressione sul tema: viaggiare è anche lasciare, talvolta, le piste più battute ed abbandonarsi all’istinto del cuore, con la consapevolezza, infine, di ritrovare sempre la via maestra.

Lasciandomi alle spalle questo scorcio di periferia sociale e ritornando verso le arterie principali della città, sempre tirate a lucido e dall’atmosfera così profondamente diversa rispetto a quella che si respira ad appena un paio di chilometri di distanza, giungo al Palazzo Presidenziale, un gigantesco edificio di cemento che gira su quattro lati, costruito negli anni cinquanta, durante il regime comunista, in perfetto stile filo-sovietico.

Da un lato la residenza del Presidente della Repubblica, dall’altro il Ministero dell’Interno con i suoi Uffici, dall’altro ancora l’Hotel Balkan, uno degli alberghi più sfarzosi della città dove, con circa cento euro a notte, si può soggiornare in una delle sue lussuose camere dal gusto un pò rococò e un po’ polveroso, in cui i segni dell’antico splendore si intrecciano con quelli di un incipiente declino.

Mi indirizzo verso l’ala presidenziale dell’edificio (riconoscibile per i due soldati a guardia dell’ingresso principale) e, attraversando un passaggio sotto un arco, proprio accanto al presidio militare, mi ritrovo all’interno della corte del Palazzo dove, schiacciata tra le mura perimetrali del mostro di cemento, vi è la Chiesa Rotonda di San Giorgio, una chiesetta a pianta circolare di soli dieci metri di diametro, un piccolo gioiello costruito nel III secolo come tempio pagano, trasformato subito dopo in luogo di culto Cristiano. Assolutamente da non perdere!

Dopo la visita della Chiesa Rotonda decido di tornare in albergo seguendo un itinerario alternativo. Percorro la Graf Ignatiev (una graziosa via pedonale animata da negozietti di vario genere) e, quasi per caso, giungo inaspettatamente ad una grande piazza alberata, al centro della quale si erge in tutto il suo splendore la Chiesa dei sette Santi.

La Chiesa è veramente bellissima e merita, da parte mia, un piccolo approfondimento storico. Mi tuffo su Internet e scopro che fu originariamente edificata come Moschea per ordine di Solimano il Magnifico nel 1528 ma, dopo la liberazione della Bulgaria, grazie all’intervento della Russia, venne abbattuto il minareto ed il tempio venne riconvertito in Chiesa Ortodossa. Nonostante ciò, ancora oggi a Sofia la Chiesa dei sette Santi è conosciuta da molti con il suo antico nome: la Moschea nera.

Devo confessare che la Chiesa dei sette Santi mi è piaciuta davvero tanto, per una serie di ragioni: in primo luogo per l’effetto sorpresa, essendomi imbattuto in essa solo casualmente, senza una preventiva pianificazione; in secondo luogo per la felice ubicazione, essendo immersa al centro di un gradevolissimo parco; quindi per le originali linee architettoniche del suo profilo che rimandano, chiaramente, allo stile moresco; infine, direi soprattutto, per gli interni riccamente decorati, da cui promana un senso profondo di mistica religiosità.

Credo di poter dire che la bellezza di Sofia stia proprio in questo: si cammina con il naso all’insù, persino senza un itinerario preciso e, ad ogni piè sospinto, ci si imbatte in qualcosa di magico, una strada, una piazza, un tempio, persino un angolo abbandonato di città che non ti lascia, mai del tutto indifferente, ti evoca sempre una suggestione, un sentimento…

Le giornate a Sofia sembrano non finire mai ed anche alla sera, dopo la solita economica abbuffata in uno dei tanti ristoranti del centro, c’è sempre tempo per scoprire un gioiello, un tesoro nascosto.

Ed è proprio durante una passeggiata notturna lungo il Boulevard Vitosha che giungo, infine, dinanzi alla maestosa Cattedrale di Santa Domenica.

Ripercorro la storia della Chiesa leggendo la successione degli eventi su un apposito pannello didascalico, posto davanti l’ingresso laterale: la struttura originale risale al X secolo, dopo alterne vicende, la Chiesa fu gravemente danneggiata nel 1925 a seguito di un attentato terroristico in cui persero la vita 134 persone; infine, venne nuovamente restaurata, acquisendo l’aspetto attuale e riconsacrata nel 1933.

Come si può vedere dalle immagini, gli esterni della Chiesa sono così belli da togliere il respiro, ma anche gli interni non sono certo da meno…

E siccome, come dicevo sopra, le giornate a Sofia non finiscono mai, c’è ancora tempo, prima di rientrare in Hotel, per un’ultima passeggiata in direzione del Parco della Cultura, un grande polmone verde della città, che dista giusto un isolato dal mio albergo.

Con una certa sorpresa le strade che conducono al parco sono completamente al buio ed anche il parco è provvisto di un’illuminazione che definire fioca è quasi un eufemismo.

Mi spiegano che ormai da anni in Bulgaria è in corso una vera e propria guerra contro l’inquinamento luminoso ed in virtù di ciò, tutte le strade secondarie della città sono sostanzialmente prive della benché minima illuminazione. La spiegazione mi pare poco convincente, il fine, almeno in questo caso, non mi sembra che giustifichi i mezzi.

E’ ovvio che dietro presunte motivazioni pseudo-ambientaliste si nascondano ragioni di rigore economico ma, in tutta sincerità, vedere gente con le torce in mano per rischiarare le tenebre della notte buia di Sofia… non mi è piaciuto affatto!

Quanto a me, del Parco della Cultura in notturna, proprio a causa della scarsissima illuminazione, posso dire di non aver visto praticamente nulla, a parte gli zampilli delle fontane e qualche faretto luminoso proiettato sulla facciata del Palazzo Nazionale della Cultura che fra l’altro, detto per inciso, non è cosa da poco, essendo il più grande centro multifunzionale di Congressi in Europa. Ho acceso anch’io la torcia del mio telefono per non mettere un piede in fallo e ho riguadagnato in fretta la strada del mio albergo, ripromettendomi di tornare a visitare il Parco, magari alla luce del sole, in uno dei giorni seguenti che mi rimangono, prima della fine del viaggio.

Una delle caratteristiche peculiari della Bulgaria è la presenza di tanti meravigliosi Monasteri disseminati per tutto il suo territorio. Molti di essi si trovano nelle regioni più interne ed impervie, non facilmente accessibili, ma le difficoltà per raggiungere la meta, anziché far desistere il viaggiatore, spesso accendono la luce del suo desiderio, caricando di ulteriore fascino e mistero la meta da conquistare.

Posto, dunque, che non si può lasciare la Bulgaria senza aver prima visto almeno uno dei suoi innumerevoli Monasteri, non rimane che decidere su quale dei tanti far ricadere la scelta.

Dopo essermi documentato nell’universo mondo di Internet ed aver fatto le mie valutazioni, ho infine optato per la visita del Monastero di Rila, il più grande Monastero della Bulgaria, situato a circa due ore di auto da Sofia, in una zona a dir poco fiabesca, a circa mille e duecento metri di altitudine tra i monti del massiccio del Rila.

L’intero complesso monumentale è iscritto nell’elenco dell’UNESCO dei Patrimoni dell’Umanità ed essendo uno dei luoghi culturali più importanti della Bulgaria, direi che questa è, indubbiamente, una di quelle mete da non perdere assolutamente.

La strada da percorrere non è fra le più agevoli, si presenta stretta e tortuosa; inoltre, le condizioni climatiche in quell’angolo remoto di Bulgaria assai di frequente appaiono proibitive, a causa di correnti ascensionali che rendono la zona particolarmente piovosa ed esposta ai venti sferzanti che soffiano da sud-est.

Pertanto, scarto l’ipotesi di affittare l’auto (contemplata in prima battuta) e decido di affidarmi un tour operator locale, esperto per escursioni in montagna, sport ed avventura nel territorio: City Tour Ltd.

Con soli 19 euro partecipo ad un’escursione giornaliera di circa dieci ore in cui, a bordo di un piccolo van insieme ad altri sei partecipanti, vengo condotto sino al Monastero di Rila. Non incluso nel prezzo, il ticket d’ingresso al Monastero, pari a 10 Lev, poco meno di 5 euro.

Ad accompagnarci nel viaggio una simpatica guida che si dimostrerà molto preparata e disponibile a rispondere alle nostre domande e ad appagare le nostre curiosità.

L’arrivo al Monastero è reso ancor più suggestivo dal repentino abbassamento della temperatura, dal cielo plumbeo e dalla scrosciante pioggia che si abbatte incessante sulle vecchie mura del complesso monastico.

E’ bene evidenziare che il Monastero di Rila non è, semplicemente, un’attrazione turistica popolare, ma è anche uno dei luoghi più sacri della Bulgaria, avendo rappresentato, negli ultimi 1000 anni, il cuore dell’alfabetizzazione, della cultura e della religione bulgara.

All’interno del Monastero vigono alcuni divieti imposti ai visitatori, fra cui: fumare, entrare nel complesso con un abbigliamento improprio (gonne corte, pantaloncini, canottiere e ogni altro tipo di abbigliamento succinto), sedersi nel tempio con le gambe incrociate, tenere le mani in tasca, entrare con zaini turistici e altri tipi di bagagli. Inoltre, è assolutamente obbligatorio osservare la regola del silenzio.

Il Monastero di Rila fu fondato nell’anno 927 da San Giovanni di Rila (Sveti Ivan Rilski), un eremita canonizzato dalla Chiesa ortodossa. Distrutto e ricostruito diverse volte, il vasto complesso monastico comprende oltre alla Chiesa principale (dedicata alla Natività della Vergine), un meraviglioso chiostro con stupendi affreschi alle pareti riproducenti immagini sacre, la torre di Hreliov, circa trecento stanze, centodieci celle per i monaci, quaranta saloni, un’immensa biblioteca. E’ facile capire perché valga la pena includere in itinerario questo luogo magico e suggestivo, anche se si sta solo pianificando un weekend lungo a Sofia.

Non appena superato l’arco di ingresso per il cortile centrale, sono rimasto letteralmente ammaliato dall’esplosione di colori, esaltati ancor di più dalla temporanea nebbia che incorniciava il Monastero. Ma non voglio dilungarmi oltremodo nelle descrizioni, preferisco lasciar parlare le immagini…

Sulla strada del ritorno, mentre il cielo ritorna sereno, c’è tempo per un’ultima tappa (inclusa nel prezzo del tour) alla scoperta di un’altra gemma, anch’essa Patrimonio Mondiale dell’Unesco: la Chiesa di Boyana.

La Chiesa di Boyana è un piccolo gioiello medievale che custodisce un ciclo di affreschi risalenti al XIII secolo, attribuibili ad autori della cui identità non si è del tutto certi. Si trova nel bel mezzo di un bosco, adagiata sulle pendici del Monte Vitosha, giusto alla periferia di Sofia, in un quartiere residenziale particolarmente gradito ai ceti più agiati della città, come luogo di villeggiatura. Non a caso, tutt’intorno, si nota la presenza di numerose villette, con tanto di giardino fiorito e terrazza panoramica.

La Chiesetta è davvero minuscola, tant’é che l’inflessibile custode apre la porta d’ingresso rigorosamente ogni quindici minuti, consentendo la visita a piccoli gruppi di visitatori, non più di sette persone alla volta.

La breve attesa è ripagata dallo splendore degli interni: gli stupefacenti affreschi che ricoprono le pareti ed il soffitto (fra cui il meraviglioso Cristo Pantocratore), sono considerati gli esempi più belli e perfettamente conservati dell’arte medievale bulgara e dell’est europeo.

Anche in questo caso mi affido alla potenza delle immagini più che alla forza descrittiva delle parole che da sole, forse non renderebbero giustizia ad un luogo davvero incantevole.

Il mio soggiorno in terra bulgara è ormai prossimo alla fine ma, prima di rientrare in Italia mi rimane ancora un’intera mattinata a disposizione, per regolare un ultimo conto in sospeso: la visita del Parco della Cultura, di cui poco o nulla avevo potuto scorgere, nel buio profondo della notte di Sofia, il giorno del mio arrivo in città.

Dissipate le tenebre, tutto assume una luce differente: il parco è davvero immenso, vi sono diversi sentieri facilmente percorribili, ciascuno dei quali adornato da aiuole fiorite, alberi, panchine ombreggiate, statue, monumenti e fontane zampillanti.

L’area risulta un vero polmone verde fruibile quotidianamente dalle persone del luogo: mamme con bambini, adolescenti con i loro skateboard, ragazzi e ragazze in cerca di relax, impiegati che consumano velocemente un sandwich durante la pausa-lavoro e gli immancabili vecchietti seduti in panchina, per il mero piacere di leggere un giornale all’aria aperta o, più semplicemente, per godersi beatamente una bella giornata di sole.

Tra i monumenti ospitati nel parco, persino una sezione del Muro di Berlino, donata dai tedeschi alla nazione bulgara, come segno d’amicizia e monito in difesa della libertà dei popoli.

Il parco è dominato dal Palazzo Nazionale della Cultura, un immenso edificio che non può passare inosservato, stante le sue dimensioni davvero esagerate, oserei direi impressionanti: si tratta del Centro Congressi più grande d’Europa, un classico esempio, forse l’ultimo esempio della tipica architettura monumentale sovietica, realizzato appena qualche anno prima della dissoluzione dell’URSS.

Mi dicono che il Palazzo è aperto tutto l’anno e vi si organizzano mostre d’arte, concerti, festival, proiezioni cinematografiche e tanti altri eventi per celebrare la storia e cultura della Bulgaria. Io ho trovato l’ingresso sbarrato ed ho avuto l’impressione che l’intera struttura mostrasse qualche segno di abbandono…

Archiviata la pratica “Palazzo della Cultura”, il mio viaggio a Sofia è ormai, mio malgrado, davvero vicino ai titoli di coda. Ma poiché in fatto di parchi, giardini ed aree verdi la città di Sofia non è seconda a nessuno (non a caso la qualità dell’aria è ben al di sopra dei valori medi delle altre grandi città europee), nella considerazione che mi rimane ancora un po’ di tempo a disposizione prima della partenza del volo che mi ricondurrà a casa, decido di fare un’ultimissima variazione sul tema, indirizzandomi verso un altro grande parco cittadino: Borisova Gradina.

Dopo poco più di un chilometro di cammino, partendo dal Parco del Palazzo della Cultura, arrivo in quest’altro parco cittadino, anch’esso di proporzioni sconfinate. Anche qui un copione già visto precedentemente: sentieri, laghetti, panchine, roseti e, valore aggiunto per gli amanti del calcio, lo splendido stadio del CSKA Sofia, la principale squadra di calcio della città.

In questo magnifico parco c’è tutta l’essenza della filosofia dei bulgari sull’idea di verde pubblico, immensi spazi verdi nel bel mezzo della città, luoghi aggregativi puliti ed ordinati dove si può fare davvero di tutto: non solo splendide passeggiate, ma anche praticare jogging, consumare la colazione del mattino seduti sulle panchine, far divertire i bambini nelle apposite aree dedicate, assistere ad eventi locali (concerti, spettacoli, partite di calcio), persino noleggiare una barca a remi e vivere un’emozione senza eguali partendo dalle sponde del lago. Il tutto all’insegna del rispetto assoluto della natura.

Ripenso ai nostri giardini urbani, al degrado che spesso li caratterizza, alla pressoché totale mancanza di servizi basilari, alle cartacce per terra e finanche alla difficoltà di trovare una semplice panchina su cui sedersi…

Il tempo è tiranno e, seppur a malincuore, non mi rimane altro che gettare un ultimo sguardo, già carico di nostalgia, alla bella Sofia, ritirare in fretta i bagagli lasciati in custodia in albergo e far chiamare un taxi per l’ultima corsa in direzione dell’aeroporto.

Il tabellone luminoso segnala che l’imbarco per il mio volo sta per cominciare, supero i controlli di polizia e, seguendo le indicazioni, mi dirigo di buon passo verso il gate n° 6.

Riprendendo un concetto che mi è molto caro, e cioè che viaggiare è sempre una buona occasione per imparare qualcosa di nuovo, termino il mio racconto di viaggio nella splendida Bulgaria con un piccolo consiglio o, se preferite, con una semplice battuta: qualora decidiate di seguire la mia stessa strada per scoprire anche voi le meraviglie del “Paese delle rose”, imparate i caratteri cirillici, se non volete correre il rischio di perdere l’aereo!!!

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