Ecoturismo: l’ultima frontiera del viaggiatore responsabile

In questo nuovo articolo mi accingo ad affrontare una tematica, quale quella sull’ecoturismo, a cui, confesso, sono particolarmente sensibile, poiché su questo terreno tutti noi giochiamo una partita molto importante, oserei dire, determinante, per la difesa del nostro Pianeta.

Si parla sempre più spesso, talvolta anche a sproposito, di ecoturismo e turismo sostenibile ma vediamo di ragionare su questo tema, cercando di capire, in buona sostanza, di che cosa si tratta. Secondo una definizione largamente condivisa l’ecoturismo è “un modo di viaggiare responsabile, in cui il turista visita un paese straniero, conservando e rispettando l’ambiente naturale e la cultura del luogo, sostenendo e contribuendo alla crescita economica e al benessere della popolazione locale”.

La parola “ecoturismo”, come è facile capire, nasce dalla contrazione delle due parole “ecologia” e “turismo” ed è una parola con cui si vuole sottolineare l’impegno di mettersi “in viaggio” con un nuovo spirito ed una nuova attenzione nei confronti dell’ambiente naturale.

Generalmente il turista “coatto” non disdegna di recarsi in una remota località del terzo mondo, attratto solo dall’idea che laggiù lo attende un resort a cinque stelle, che si affaccia su una spiaggia paradisiaca. Irresponsabilmente, non si è documentato né sulla storia del Paese dove ha deciso di trascorrere la sua vacanza, né sulla cultura locale.

Conquista la sua sdraio in prima fila, sorseggia il suo aperitivo rinforzato a bordo piscina, fa la sua partitina a golf su una meraviglioso campo a diciotto buche, realizzato, peraltro, disboscando una piccola foresta vergine e la cui erbetta all’inglese è mantenuta sempre rigogliosa, grazie ai continui gettiti d’acqua, a tutte le ore del giorno.

Il “coatto” si sente, inoltre, rassicurato dal fatto che all’interno del resort il cibo è ottimo e abbondante e che, tutt’intorno al complesso turistico, vi sono anche una serie di catene di ristoranti internazionali e di negozi di varia natura, del tutto identici a quelli che si trovano a pochi passi da casa sua.

Appena fuori dalla porta del resort, magari si è anche avvicinato ad un indigeno (il primo e forse unico indigeno con cui si è relazionato durante il suo viaggio), che espone su di una bancarella oggetti d’artigianato locale, ed alla fine, dopo un’estenuante contrattazione durata più di mezz’ora, se ne torna all’interno del suo confortevole resort, orgoglioso per aver strappato all’indigeno un piccolo souvenir in legno ad un prezzo quattro volte inferiore rispetto alla richiesta di partenza: un vero affare!

Mi chiedo: è questa l’idea che abbiamo di “vacanza paradisiaca” o, forse, cerchiamo qualcos’altro?

Negli ultimi decenni, per fortuna, si è fatta strada l’idea di un nuovo ed alternativo tipo di turismo, un turismo responsabile, sostenibile, compatibile con l’ambiente, che tenga conto dello sviluppo economico locale, ed in virtù di questa nuova consapevolezza, i turisti come quello che ho descritto sopra, grazie al cielo, lentamente, ma, inesorabilmente, tendono a sparire.

Le regole da osservare per limitare l’impatto ambientale ed integrarsi in maniera intelligente con le comunità locali sono abbastanza semplici: in primo luogo, prima di mettersi “in viaggio” verso un luogo bisogna prepararsi, leggere almeno qualcosa sulla storia di quel popolo, provare, persino, ad imparare qualche parola basilare nella lingua locale, del tipo “grazie”, “prego”, “buongiorno”…in fondo, viaggiare è anche un’opportunità per imparare qualcosa.

In secondo luogo, bisogna avere rispetto per la cultura locale, per esempio, indossando abiti che non urtino la sensibilità della gente del posto, oppure chiedere permesso prima di far loro una foto: bisogna, cioè, ricordarsi che, in fondo, siamo solo degli ospiti in quella terra.

Inoltre, credo sia buona norma, non sprecare le risorse del luogo: se si decide di fare turismo in un Paese dell’Africa afflitto dal problema della siccità, mi sembra irriguardoso fare la doccia tre volte al giorno, mi sembra una volgare mancanza di rispetto…

Al ristorante, è inutile sovraccaricare i piatti con tutto il cibo possibile ed immaginabile (nella tapina considerazione che il buffet è compreso nel prezzo): è bene ricordare che vi sono dei fisiologici limiti di sazietà che non possono essere valicati e quindi, anziché ingozzarsi indegnamente, oppure, allontanarsi satolli dalla tavola disdegnando gli ultimi bocconi, è opportuno riflettere, almeno per un momento, sul fatto che dietro le mura perimetrali del resort magari qualcuno patisce la fame, e già questo può essere un deterrente per le nostre cattive abitudini…direi di più, è preferibile (ma anche più suggestivo) mangiare nei piccoli ristoranti locali a gestione familiare, anziché nell’asettico resort!

In tal modo si incoraggia e promuove la microeconomia e si coglie la straordinaria opportunità di gustare l’autentica cucina tradizionale del luogo: magari si scopriranno sapori ed aromi del tutto diversi rispetto ai nostri ma il viaggiatore è conscio che il segreto della bellezza risiede proprio nella differenza e, soprattutto, nella capacità di saperla comprendere.

Insomma, un viaggio ecologico prevede che il nostro passaggio non lasci evidenti “segnali” sul territorio visitato.

Ricordo una frase che lessi all’ingresso del parco nazionale di Repovesi, in Finlandia, in una regione chiamata “piccola Lapponia”, in cui la natura appare miracolosamente intatta agli occhi dei visitatori: “non lasciare nulla dietro di te, al di là delle impronte dei tuoi piedi, e non portare via nulla da qui, al di là di qualche splendida fotografia”.

Credo che questa frase, nella sua semplicità, riassuma in modo esaustivo il senso di ciò che ho cercato di esprimere attraverso queste considerazioni sul fenomeno dell’ecoturismo.

Non ho, ovviamente, la pretesa di aver esaurito l’argomento ma, spero d’aver fornito, tuttavia, qualche spunto di riflessione.

In fondo, siamo noi viaggiatori che indirizziamo il mercato con la nostra domanda e che ci dobbiamo impegnare al fine di entrare in contatto con i luoghi che visitiamo, nella maniera meno invasiva possibile: senza prendere il sopravvento e senza mancare di rispetto a nessuno.

Siamo sempre noi che dobbiamo imparare a viaggiare rispettando, in primo luogo, le persone, ed in secondo luogo, ma non secondariamente, i luoghi, l’ambiente, la cultura, il patrimonio storico ed artistico ed impegnarci a fare tutto ciò…senza per questo rinunciare al relax!

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7 pensieri riguardo “Ecoturismo: l’ultima frontiera del viaggiatore responsabile

  1. La descrizione del turista coatto strappa spontaneamente un sorriso, ma l’argomento è serio ed il tuo articolo aiuta a riflettere sulla questione.

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    1. Charlie Chaplin diceva che “un giorno senza un sorriso è un giorno sprecato”. Se, come dici, il mio articolo ti ha fatto riflettere non con spirito di “pesantezza”, bensì, facendoti sorridere… beh, allora ho raggiunto il mio scopo.
      Che altro dire? Grazie Giorgio, continua a seguirmi!

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  2. Il rispetto dell’ambiente deve rappresentare un punto fermo per tutti: turisti e viaggiatori; altrimenti è meglio rimanere a casa.

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    1. Sono d’accordo con te… e grazie per il commento

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  3. Well done Giiovvani, it’s a great job!

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    1. Thank you so much Aklan, Very kind of you!

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  4. bellaitaliailblog 4 giugno 2018 — 2:53

    Sicuramente il “coatto” che descrivi se ne frega della vacanza eco compatibile. E non e l’unico. Ci sono anche quei turisti fai da te che, arrivati sul posto, pensano di essere i padroni del mondo. Si fanno vedere con i dollari, che elargiscono a tutto spiano e pretendono che la gente locale sia a loro completa disposizione. Lasciano tonnellate di immondizia, mozziconi di sigarette e quant’altro sulle spiagge libere. Che occupano con strafottenza quando decidono che il posto giusto è quello che hanno in mente. E pazienza se è già occupato. E potrei continuare…

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