Il vagabondaggio

In questo articolo affronterò il tema del viaggio da una prospettiva inedita.

Mi occuperò, infatti, di un tipo di viaggio che definirei “estremo”, per certi versi inquietante ma, al tempo stesso, misterioso ed affascinante: il viaggio “immotivato”, gratuito, squisitamente inutile, un viaggio che non è strumentale a qualcos’altro, ma non è neanche fine a se stesso poiché, in questo caso, chi viaggia non è neppure interessato a viaggiare: in sostanza siamo di fronte ad un viaggio privo di ogni finalità, sia essa interna che esterna.

Un viaggio con siffatte caratteristiche, non può che essere definito con una sola parola: vagabondaggio.

Storicamente, nei confronti del vagabondaggio vi è sempre stato un sentimento di sospetto e diffidenza da parte della gente comune e del potere costituito.

Persino la legge italiana, nel secolo scorso, considerava i vagabondi “persone socialmente pericolose” e, nonostante i codici non contemplassero il vagabondaggio come reato, tuttavia, non di rado venivano adottate dalle forze di Polizia delle misure di prevenzione (persino in mancanza di flagranza di reato), nei confronti dei vagabondi.

Oggi il concetto di “presunzione di pericolosità”, per fortuna, non esiste più e, di conseguenza, scompaiono dai codici le figure dei “vagabondi”, così come quelle degli “oziosi”.

Pertanto, solo quando risulti da elementi di fatto, e non da mere presunzioni, che un vagabondo è dedito ad attività delittuose, allora potranno scattare nei suoi confronti le misure di Polizia, altrimenti il vagabondo, su un piano penale, deve essere considerato alla stessa stregua di qualunque altro soggetto.

Ad ogni modo, anche se i vagabondi penalmente non possono più essere perseguiti, tuttavia, è inutile negare che un certo pregiudizio nei loro confronti ancora rimane.

Mi sembra utile evidenziare la chiara affinità che intercorre tra il vagabondo ed il viaggiatore; l’unica differenza sostanziale, ma non di secondaria importanza, sta nel fatto che, nel vagabondaggio, scompare definitivamente l’interesse per la meta e per l’itinerario di viaggio, ed è proprio ciò che rende il viaggio un’esperienza che avevo definito “squisitamente inutile”.

“Non ho la più pallida idea di dove io stia andando, e non mi interessa neppure saperlo, ma so che, prima o poi, arriverò da qualche parte”.

Così diceva Knulp, un personaggio di uno dei tanti racconti di Hermann Hesse dedicati proprio al tema del vagabondaggio, racconti che accesero la mia fantasia adolescenziale e che, probabilmente, in un certo qual modo, mi hanno anche segnato. Nel mondo poetico e narrativo dell’indimenticabile autore di Siddharta, ricorre con estrema frequenza la figura del vagabondo, del cercatore irrequieto, sospinto senza tregua tra boschi e villaggi, che vive in una condizione di libertà assoluta e che si ribella silenziosamente alla falsa e vuota imposizione di una società borghese in cui non vuole riconoscersi; ma la protesta del vagabondo, lungi dall’assumere toni plateali, si fa interiore, sommessa, e sfocia nella solitudine di una vita raminga che è l’unica vita che possa garantire un’autentica riconciliazione dell’uomo con la natura.

In fondo, di fronte ad un fenomeno di tal genere, la domanda fondamentale che ciascuno di noi, legittimamente, si potrebbe porre è la seguente: perché esistono i vagabondi?

E’ curioso ma ben pochi sanno perché un uomo si dia al vagabondaggio. Si dice, per esempio, che un uomo fa il vagabondo per non lavorare, per mendicare più facilmente, per avere più occasioni di violare la legge.

Il vagabondo, invece, nel suo continuo peregrinare senza meta, riafferma il diritto alla sua libertà, il suo viaggio è un gesto trasgressivo con il quale prende le distanze da un mondo, ormai, troppo lontano da lui, un mondo chiassoso, frenetico ed arrogante. E’ questa, a mio giudizio, l’unica risposta alla domanda di cui sopra.

I vagabondi, nella loro timida ricerca estrema di libertà, nel loro continuo “errare” (nel doppio significato etimologico del termine inteso come “muoversi senza meta”, ma anche “deviare dal vero”, “sbagliare”, “ingannarsi”), appaiono spesso come viaggiatori smarriti ed impotenti, sono le creature più docili e depresse che si possano immaginare.

Ricordo qualche anno fa, con mio figlio ancora bambino, mi trovavo davanti ad una vetrina di un negozio di giocattoli del centro della mia città, che esponeva in bella mostra i vari personaggi del mondo Disney. Seduto per terra in disparte, a pochi metri da noi, un cosiddetto “punkabbestia”, uno di quei vagabondi metropolitani dall’aspetto un po’ selvaggio, spesso circondati da cani randagi.

Il ragazzo, non appena vide l’interesse di mio figlio per gli eroi dei cartoons, si alzò in piedi e, con un sorriso dolcissimo, cominciò a descrivere minuziosamente le caratteristiche di tutti quei personaggi, caricando ad arte sui difetti di ognuno di loro, per suscitare maggiore ilarità nel bambino che ascoltava con interesse le storie che gli venivano raccontate.

Era chiaro che il giovane “punkabbestia” conosceva alla perfezione i protagonisti di quei fumetti, e non potei fare a meno di pensare che anche lui, fino a qualche anno prima, era stato un bambino, proprio come mio figlio… poi, le vicende della vita, lo avevano portato ad isolarsi dal resto del mondo, vivendo i suoi giorni in solitudine ed abbandono.

Alla fine della sua performance, mi raccontò un po’ di lui, mentre io lo ascoltavo con un pizzico di supponenza, diciamo pure con “colta” ed arrogante benevolenza: mi disse di chiamarsi Stefan, di essere alto-atesino e di non sapere dove fosse diretto; gli diedi un paio di monete, le prese con discrezione, sorrise ancora al bambino, ringraziò ripetutamente ed andò via, sparendo tra la folla.

A distanza di anni, ripensando a Stefan, mi chiedo ancora se fosse, semplicemente, un matto, un visionario, o non, invece, un poeta dell’esistenza, e mi chiedo anche, senza trovare una risposta certa, chi di noi due avesse veramente capito il senso della vita.

Quel ragazzo, a mio giudizio, era, in ogni caso, l’espressione più autentica e significativa dell’essenza del vagabondo: un viaggiatore “anomalo”, un viaggiatore che ha perso la bussola, un uomo apparentemente escluso dal mondo, ma che in realtà interpreta, nel suo rifiuto della società, i più profondi dissidi dell’animo umano.

Ed il cammino senza meta di quel vagabondo, direi il cammino di ogni vagabondo sulla faccia della terra, assume, pertanto, guardandolo dalla giusta prospettiva, un significato metafisico, poiché ogni uomo che voglia incamminarsi alla ricerca dell’essenza mistica e spirituale della vita è, da quel momento, un viandante…un uomo solo.

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9 pensieri riguardo “Il vagabondaggio

  1. Bravo Giovanni,
    hai dato una descrizione molto poetica dei vagabondi e mi hai aiutato a capire meglio queste persone che mi sono sempre sembrate misteriosamente incomprensibili. Grazie

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  2. David Baizabal 29 marzo 2018 — 20:50

    Ciao, Giovanni,

    hai toccato un punto ineludibile: la pazzia relazionata con i vagabondi. Certamente si tratta di pregiudizi ereditati, e se ci aggiungiamo la personalità di questi uomini, abbiamo una figura quasi romantica, indecifrabile. Ma, alla fine, loro hanno un viaggio interno più autentico essendo fuori della pazzia standarizzata della società e dei suoi pregiudizi stessi.

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  3. Ringrazio sia Rossella che David per l’apprezzamento mostrato nei confronti del mio articolo.
    Pur lasciando, ovviamente, libero spazio all’opinione di tutti, anche all’opinione di coloro che non la pensano esattamente come me, mi fa sempre particolarmente piacere quando, come in questo caso, i miei lettori condividono pienamente il mio pensiero.

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  4. Ci illudiamo di possedere tutto e invece ci manca una cosa fondamentale: la libertà.
    I vagabondi, con la loro scelta coraggiosa, mettono a nudo questa verità scomoda a tutti noi ed è per questo che vengono guardati con diffidenza e ostilità dalla gente comune. Questo articolo rimette le cose in chiaro.

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    1. Grazie anche a te Max: in poche righe hai sintetizzato benissimo il messaggio che ho cercato di trasmettere attraverso questo articolo su un fenomeno complesso quale quello del vagabondaggio

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  5. Ho conosciuto molti punkabestiaa Palermo, durabte gli anni d’università che facevano appunto i vagabondi e poi ho scoperto che erano tutti figli di papà. Poi a Torino ho conosciuto un’altra vagabonda che aveva girato mezzo mondo e dopo ho scoperto che usava la Visa del papà. Quindi poi ho letto alcuni resoconti di viaggi di alcuni ragazzi che girano “senza soldi” e poi leggo che invece hanno usato i risparmi di anni. E insomma mi son fatta un’idea di questo tipo. Certo poi ci sono le eccezioni.

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  6. Ciao Amleta!
    Sì, non bisognerebbe mai generalizzare troppo (soprattutto nei giudizi negativi) per non correre il rischio di scivolare sul piano inclinato del pregiudizio. Comunque sono d’accordo, ci sono sempre delle eccezioni che, a seconda dei casi, confermano (o smentiscono) le regole…

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  7. Articolo molto interessante che stimola alla riflessione su un fenomeno complesso e di non facile comprensione

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    1. In effetti quello del vagabondaggio è un fenomeno controverso che si presta a molteplici chiavi di interpretazione. Grazie Riccardo, per aver dedicato il tuo tempo alla lettura dell’articolo ed aver condiviso le mie riflessioni.

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