La Fuga dei cervelli

Un fenomeno di estrema attualità che oggi vorrei analizzare è quello del brain drain, la cosiddetta “fuga dei cervelli”, vale a dire l’emigrazione verso Paesi stranieri di persone di talento e di altissima specializzazione professionale.

Il fatto che giovani neolaureati vadano a lavorare in università e centri di ricerca di altre nazioni, al giorno d’oggi è fisiologico, perché connaturato alla forte globalizzazione attuale della ricerca.

Il problema, al limite, nasce allorquando il saldo tra gli studiosi che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo, come, purtroppo, accade, nel caso dell’Italia.

Tuttavia, al di là di questa considerazione di natura politico-economica, su un piano più squisitamente sociale il brain drain non implica problematiche particolari: a differenza dei migranti che scappano in massa dai loro Paesi d’origine, per guerre, carestie, problematiche politiche, economiche o religiose, l’impatto sociale dei cervelloni nei Paesi che li ospitano è minimale, il loro numero è circoscritto, la loro altissima specializzazione li mette al riparo da una vera e propria competizione con i lavoratori del Paese ospitante, la loro presenza non interferisce con le dinamiche lavorative delle popolazioni locali, anzi, costituisce, il più delle volte, un arricchimento culturale per quei Paesi, grazie al contributo tecnologico che i giovani stranieri apportano con le loro conoscenze specialistiche, contributo ottenuto a costo zero, dato che le istituzioni dei Paesi ospitanti non hanno speso nulla per la loro formazione.

Viceversa, questo processo è, generalmente visto con una certa preoccupazione dai Paesi dai quali avviene la fuga, in primo luogo poiché si disperde un patrimonio umano per la cui formazione, naturalmente, erano stati sostenuti dei costi, ed in secondo luogo, perché tale fenomeno, alla lunga, potrebbe rendere difficile persino lo stesso ricambio della classe dirigente, se non su un piano strettamente numerico, almeno su un piano qualitativo.

Ad ogni modo, a mio giudizio, anziché piangere, ipocritamente, per la fuga dei cervelli all’estero, come ho visto fare spesso in Italia dai nostri politici, bisognerebbe, eventualmente, creare le condizioni per non rendere così particolarmente appetibile tale fuga: io credo che la comunicazione internazionale e le opportunità di scambio vadano considerati come positivi effetti collaterali della globalizzazione; il problema non sta nel fatto che i talenti vadano via, bensì che non si faccia nulla (o quasi) per valorizzarli e trattenerli in Patria.

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4 pensieri riguardo “La Fuga dei cervelli

  1. Questo articolo lo dovrebbero far leggere al ministro poletti

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  2. Sottoscrivo in pieno

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  3. D’accordo con te Giovanni, quando le gente hanno investito loro tempo e soldi per conseguire la laurea loro vogliono lavorare con le migliori strutture e denaro. Se un paese vuole per mantenere questo talento di cui hanno bisogno per investire e provvedere a queste persone. Un altro articolo scrivato bene e stimolante.

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    1. Sì, in effetti, in un Paese “normale” (come l’Inghilterra, da cui tu scrivi) le cose, da questo punto di vista, vanno nel verso giusto. Purtroppo in Italia la meritocrazia viene spesso immolata sull’altare degli interessi politici e così, per ottenere un lavoro adeguato al proprio talento bisogna essere “well connected to high places”; viceversa, non rimane che ripiegare su lavori di serie B, oppure scegliere la via di fuga verso altri Paesi.
      Ogni tanto vi sono anche delle eccezioni, che, in quanto tali, servono solo a confermare la regola generale…
      Ciao e grazie 🙂

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